Aspettando la partita dell’Italia, stasera a Palermo contro l’Azerbaigian (qui le dichiarazioni di Berti Vogts, CT azero), possiamo tuffarci brevemente nelle beghe di casa nostra. Cioè nella Serie A in pausa dopo la sbornia di Juventus-Roma, sì; ma anche pausa di riflessione, si spera.
La prima riflessione viene dalla nouvelle vague degli allenatori nostrani: stasera in campo scende Antonio Conte, tricampione d’Italia la scorsa primavera, mentre in classifica assistiamo alla crescita di due giovani come Inzaghi e Stramaccioni. E anche Siniša Mihajlović, alla fine, è un tecnico di scuola italiana.
Magari saranno fuochi di paglia, magari non resisteranno alla primavera… ma in ogni caso stanno dimostrando come non servano idee a volontà, sparate una dietro l’altra, per avere successo: bastano quelle giuste, e la forza e la coerenza di portarle avanti.
Allenare è promettere: ai propri giocatori, ai propri tifosi; un certo tipo di impegno, un certo tipo di gioco e di risultati. Non conosco casi di tecnici che abbiano vinto in aperto contrasto con squadra e sostenitori. I primi devono essere convinti del progetto, e sicuri di un certo tipo di futuro; i secondi devono vedere i risultati, altrimenti cominceranno a non presentarsi più allo stadio (o a farlo per contestare).
Quindi il passo avanti e la riflessione successiva: davvero, come ha sostenuto Tommaso Pellizzari sul Corriere della Sera, Mazzarri è inadatto per l’Inter, alla luce dei risultati altrui? Sembra una domanda lecita, quando non lo è del tutto. Un termine di paragone è necessario, ma non sempre è facilmente disponibile. È come pensare che Alonso sia un pilota scarso, visto che la sua Ferrari non ha vinto niente mentre quella di Schumacher sì.
Tempi diversi, persone diverse – e anche nevrosi diverse, vero. In questo, Mazzarri non sembra la persona giusta al posto giusto: la sua inflessibilità spinta fino oltre l’evidenza, quella stessa che gli ha permesso di salvare la Reggina e di rilanciare il Napoli, non è adatta a tutti i contesti e a tutte le stagioni. Tantomeno a tutte le squadre (cioè a tutti i collaboratori). Si può solo prenderne atto, criticando il professionista senza giudicare l’uomo.
Si può rimpiangere Stramaccioni? Legittimo, sicuramente. Ma inutile. È passato del tempo, sono passate delle persone, e il dato di fatto è che non c’è stato il coraggio di proseguire su quella strada. Ci si diceva convinti che il progetto fosse quello giusto, e invece lo si è lasciato morire. O lo si è ucciso nella culla. Adesso occorrerebbe un ripensamento, o la convinzione di andare avanti così senza riconoscere errori. Disposti a metterci la faccia, il coraggio, il tempo e la responsabilità. L’entusiasmo, da solo, non basta.
Ne è una prova Andrea Pirlo, appena tornato in nazionale (per sostituire Bonaventura): occorre la tecnica (ce la mette lui), occorre il fisico (idem), e occorre sposare nei fatti un progetto. «L’unica persona per cui potevo cambiare idea era Conte», ha dichiarato Pirlo in conferenza stampa: e Conte è uno che, nella buona e nella cattiva sorte, ha dimostrato di poter avere idee adattabili a contesti e situazioni. Vincendo, fino in fondo, perché l’unico modo per rispettarsi è riuscire ad ammettere e correggere i propri errori.
Altrimenti è arrivato il momento di chiudere. Lasciare da parte ogni altra considerazione, e lasciare spazio agli Stramaccioni, e ai tanti Verratti che aspettano soltanto di essere considerati, e spiccare il volo.