C’era in Europa: 1967, il Celtic e l’impresa dei Lisbon Lions

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Riprendiamo da questa settimana la rubrica sospesa alla vigilia dei mondiali, dedicata alle squadre storiche che in passato fecero parlare di sé in Europa. Per chi fosse interessato, le puntate precedenti sono rintracciabili dai link lateralmente segnalati alla voce “Per saperne di più”. Buona lettura.

Il calcio scozzese, quanto a tradizione, arriva un paio di enciclopedie prima del resto d’Europa, per diretta inseminazione territoriale della divinità primordiale inglese. I primi calci organizzati ad un pallone, furono tirati a Londra, Manchester e, non più tardi del giorno dopo, anche a Glasgow. Eppure, malgrado il rispetto che si porta alle squadre della brughiera, incontrarle in Europa viene attualmente considerato preferibile rispetto a molte altre avversarie continentali.

La fondazione del Celtic risale al lontano 1887, quando un frate marista appartenente alla chiesa cattolica di Santa Maria raccolse una squadra che sostenesse iniziative benefiche a favore dei cittadini cattolici della città di Glasgow. Alle origini irlandesi del frate e al richiamo della tradizione celtica si deve l’origine del nome e la scelta dei colori sociali bianco verdi, così come il richiamo al quadrifoglio (lo shamrock irlandese). Altra caratteristica del Celtic, è stata l’assenza dei numeri sulle maglie, sino al 1994 (venivano riportati solo sui calzoncini).

Negli anni, la rivalità non solo cittadina ma anche religiosa con l’altra squadra cittadina dei Rangers ha caratterizzato la vita calcistica del Celtic. Tuttavia, sul finire degli anni ’70, un grande Celtic avrebbe portato fuori dei confini nazionali la firma scozzese. Ben prima di Liverpool e Manchester United, fu il Celtic Fotball Club di Glasgow a portare nel Regno Unito il più prestigioso dei trofei calcistici. Successe nel 1967, dopo un dominio delle squadre latine protratto dall’istituzione della Coppa dei Campioni.

Per arrivare in finale, gli scozzesi eliminarono dapprima gli svizzeri dello Zurigo, con un 2-0 in casa ed un perentorio 3-0 in terra elvetica. Poi i campioni di Francia del Nates, con un doppio 3-1, prima esterno e poi interno. Più duro lo scontro con i campioni di Jugoslavia del Vojvodina: dopo aver perso per 1-0 a Novi Sad, il Celtic ribaltò il risultato al Celtic Park con una rete di Chalmers e una di McNeill, all’ultimo minuto.

In semifinale, il Celtic travolse il Dukla Praga del vecchio Masopust con un 3-1 casalingo all’andata, permettendosi al ritorno un comodo pareggio a reti bianche.
Nella sfida finale di Lisbona però, davanti al Celtic si stava presentando un ostacolo apparentemente insormontabile: l’Inter di Helenio Herrera, capitanata da Armando Picchi. Nonostante l’assenza di Suarez i nerazzurri potevano contare su Facchetti, Mazzola, Corso e altri nomi importanti di quella che fu una delle migliori squadre di tutti i tempi, la prima italiana ad esportare nel mondo il marchio di fabbrica del calcio italiano, a livello di club. L’Inter di Herrera aveva già sollevato il trofeo due volte, negli ultimi tre anni – nel 1964 e 1965 -, vincendo due Coppa Intercontinentali e tre campionati di serie A. Eppure, quella sera a Lisbona, si stava concludendo un glorioso ciclo.

Anche quel Celtic possedeva caratteristiche straordinarie, che amplificavano in maniera straordinaria il senso di appartenenza alla città e l’orgoglio sportivo di rappresentarla. Tutti i giocatori provenivano dal vivaio della squadra, nati e vissuti in un intorno di 30 miglia dallo stadio di Celtic Park. Non tutti erano cattolici, tra loro vi erano anche due protestanti, come il terzino Gemmell. Fu artefice di nove vittorie consecutive nel campionato scozzese.

Stelle della squadra, oltre al già menzionato terzino Gemmell, erano gli attaccanti Johnstone, Chalmers e Lennox. Ma prima ancora dei giocatori, un posto speciale nella storia del Celtic è occupato dall’allenatore Jock Stein. La sua filosofia basata sul lavoro e la disciplina si innestò sul temperamento tipico delle squadre britanniche, rinvigorendo un gioco fatto di corsa, cross e ricerca del gioco aereo, esaltandolo ai massimi livelli. “Le maglie del Celtic non sono per le seconde scelte. Non si ritirano per star bene a giocatori inferiori” è una delle sue frasi celebri, perfettamente illustrativa del suo atteggiamento e delle motivazioni con cui fece breccia nel cuore dei suoi giocatori e dei tifosi (“Football without fans is nothing”, tra le altre).

La finale sembrò aprirsi con i migliori auspici per l’Inter. Dopo solo sei minuti, Cappellini fu atterrato in area di rigore e Sandro Mazzola trasformò il rigore del vantaggio. Tuttavia,l’ardore degli scozzesi e un calo fisico dell’Inter, capovolsero le sorti dell’incontro. Dapprima fu Gemmell a siglare il pareggio con una gran botta dalla distanza. A sette minuti dal termine, il gol della vittoria, dopo l’ennesima scorribanda sulle fasce dei terzini bianco verdi, fu siglato da Chalmers. l’epica rimonta, valse ai giocatori del Celtic l’intramontabile appellativo di “Lisbon Lions”.

In quella stagione, il Celtic divenne la prima squadra in Europa a vincere il campionato, la coppa nazionale, la coppa di lega nazionale e la Coppa dei Campioni. Sfuggì solo la conquista del quinto titolo, la Coppa Intercontinentale, persa nello scontro con il Racing Avellaneda.

Nel 1970, il Celtic di Stein dimostrò ulteriormente la propria forza, raggiungendo nuovamente la finale del torneo, dopo un’epica finale giocata ad Hampden Park con il Leeds, dinanzi a 136.505 spettatori (record di presenze per le competizioni UEFA). In finale però il Celtic non riuscì a superare ( nonostante una rete di Gemmell, primo e unico giocatore a segnare in due finali diverse di Coppa) il Feyenoord di Rotterdam, allenato da un altro grande del calcio mondiale, Ernst Happel (di quel Feyenoord ne parlammo QUI ).

Jock Stein successivamente passò ad allenare la Scozia, infondendo la propria filosofia anche alla Nazionale, contribuendo a marcarne la genetica caratteriale in maniera duratura. Per un uomo che aveva vissuto di calcio e carattere, anche la fine avrebbe dovuto portare tali stimmate. E così avvenne, il 10 settembre 1985, al Ninian Park di Cardiff in Galles. Quel giorno si giocava Galles – Scozia, incontro decisivo per la qualificazione ai Mondiali di Messico ’86. Agli scozzesi sarebbe bastato un pareggio per accedere agli spareggi contro la modesta Australia. All’ ‘81, con un gol di Cooper, su rigore, la Scozia pareggiò il gol del gallese Mark Hughes. Stein, dopo aver sfogato la propria tensione contro un fotografo che gli aveva ostruito la visuale del rigore, ebbe un improvviso attacco cardiaco. A nulla servirono i soccorsi. Morì sul campo, pochi minuti dopo.
La Scozia sarebbe andata in Messico, dopo aver vinto lo spareggio, guidata in panchina da un giovane che si sarebbe dimostrato un degno erede di Stein: Alex Ferguson.

Di seguito, il tabellino della finale di Lisbona

CELTIC – INTERNAZIONALE 2-1 (0-1)
Lisbona, 25/5/1967 – Stadio “Nacional” – Spettatori: 45.000 circa

Celtic: Simpson; Craig, Gemmell; Murdoch, McNeill, J. Clark; Johnstone, Wallace, Chalmers, Auld, Lennox. Allenatore: J. Stein.

Internazionale: Sarti; Burgnich, Facchetti; Bedin, Guarneri, Picchi; Domenghini, Mazzola, Cappellini, Bicicli, Corso. Allenatore: Herrera.

Arbitro: Tshenscher, Germania Ovest.
Marcatori: p. t. 6′ (rig.) Mazzola; s. t. 17′ Gemmell, 38’Chalmers.

Qui, il video della gara

P.S. Per chi volesse approfondire il mito del Celtic, ci permettiamo di suggerire “Celtic Forever”, libro scritto da Luca Manes e Max Troiani per la Bradipo Libri.

Paolo Chichierchia
Paolo Chichierchia
Nasce nel 1972 a Roma, dove vive, lavora e tifa Fiorentina. Come Eduardo Galeano, ritiene che per spiegare a un bambino cosa sia la felicità, il miglior modo sia dargli un pallone per farlo giocare.

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