L’efficacia dell’indifferenza

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Se quest’articolo fosse un saggio, una pubblicazione o una tesi di laurea, il suo titolo sarebbe probabilmente “La teoria dell’indifferenza“. Il relatore sarebbe Dani Alves, un uomo noto alle cronache più per le sgaloppate sulla fascia che per il contributo dato allo studio dei comportamenti e della società. L’importante è che, alla fine, venga a galla da questo pantàno un concetto chiave, ossia che bisogna ignorare chi, nella vita, non può che rappresentare una minaccia per una società libera dall’ipocrisia. Per concludere questo volo pindarico fatto di metafore e scoperte dall’acqua calda vi serve sapere solo un’altra cosa, cioè che se questo articolo fosse un medicinale, avrebbe scritto a caratteri cubitali una sola cosa nel prospetto informativo: “Tenere lontano dalla portata dei razzisti“. Avete presente quei farmaci che, magari, vi fanno passare quel dolore atroce alla testa ma, in compenso, vi comportano bruciori allo stomaco, tanto che sarebbe stato meglio, a posteriori, tenersi l’emicrania? Ecco in questo particolare farmaco, chiamato indifferenza, non ci sono controindicazioni ma solo effetti benefici.

Perché l’UEFA può mettere tutte le facce di questo mondo a pronunciare “No racism” nei vari spot che passano durante gli incontri di Champions League, ma non è così che si combatte una vera e propria piaga che, da sempre, cerca di distruggere tutto quel poco che noi uomini siamo riusciti a creare. Quella malattia si chiama ignoranza, e per diagnosticarla non serve alcun esame medico, ma solo due orecchie che sappiano ascoltare: e squalificando tutte, una per una, le curve delle maggiori tifoserie della Serie A non si risolve nulla, tanto per dare un colpo al cerchio e uno alla botte. Per mettere a tacere una volta per tutte questi australopitechi che, convinti della loro superiorità, si permettono di lanciare banane nella direzione di un calciatore di colore, serve l’indifferenza più totale: loro che, magari, esultano ogni settimana grazie alle prodezze di Pogba, di Eto’o o di Yaya Tourè. C’è un nome anche per questa malattia, se volete, e si chiama ipocrisia: ma per quella, al momento, non c’è medicinale che possa curarla.

Dani Alves in quell’istante avrebbe potuto fermarsi, andare a cercare quel tifoso in mezzo a migliaia, protestare con l’arbitro, con la FIFA, con l’UEFA, con la Lega calcio spagnola o addirittura con la mamma. Però non l’ha fatto. Perché? Così facendo, con un semplice gesto che tutti noi ripetiamo quotidianamente – mangiare del cibo – ha sbeffeggiato l’ignorante di turno che, tra l’altro, ha appena vinto una squalifica a vita dal proprio stadio; tu mi lanci una banana in campo, facendo notare al mondo che il colore della mia pelle è simile a quello di una scimmia? Perfetto, sfida accettata, io me la mangio: chiamami pure scimmia, scimpanzè, mangiabanane o quello che preferisci tu perché per me non sei mai esistito, non esisti e soprattutto non esisterai mai.
Immaginatevi adesso una litigata pesante con un vostro conoscente: sino a che risponderete per le rime al vostro interlocutore, egli probabilmente non smetterà di farvi notare che siete nel torto. Partendo dal presupposto che, però, in questo caso avete sicuramente ragione voi, non vedo il motivo per cui uno dovrebbe perderci tempo: ignoratelo e, con ogni probabilità, presto la smetterà di disturbarvi. Forse per sempre, che magari è anche il vostro obiettivo di giornata, e raggiungerlo non sarebbe male.

Di sicuro l’obiettivo di Don Haskins, nel lontano 1965, era costruire una squadra vincente. In un’America spaccata in due dal razzismo, lui costruì una squadra con più afroamericani che bianchi e portò una piccolissima realtà – i Texas Western Miners – in cima all’NCAA, il campionato nazionale riservato ai college; come se la primavera del vostro comune di duemila abitanti vincesse il campionato primavera contro la Juventus, magari con la maggior parte dei giocatori non graditi dai tifosi stessi. Inutile aggiungere che Don Haskins se ne infischiò altamente delle critiche che gli giungevano da singoli cittadini, dal suo proprietario e da tutta la comunità a lui vicina: perché aveva visto in quei ragazzi così talentuosi quanto incompresi tanto cuore e fegato, nonostante fosse noto a tutti che “i negri non reggono la pressione: figurati se il futuro della pallacanestro sono loro“. Certo, come no. Dice bene il buon Francesco Davide Scafà, citando un film anni ’70 che forse non molti si ricorderanno: “È la repressione di una parola a darle violenza, forza e malvagità“.

Non ditelo a Boateng, però, non vorrei che si lamentasse anche di questo, magari calciando il pallone contro il computer da cui lo sto scrivendo. Faceva bene Eto’o, invece, a rispondere agli ululati razzisti a suon di gol, zittendo centinaia di persone soltanto con l’ausilio delle proprie gambe e della propria testa: dare importanza a certi elementi non può che danneggiare l’immagine stessa dell’uomo. Perché insistere in quest’atto autolesionista, allora?

Alessandro Lelli
Alessandro Lelli
Nato a Genova nel maggio 1992; è un appassionato di calcio, basket NBA e pallavolo (sport che ha praticato per molti anni). Frequenta la facoltà di Scienze Politiche, indirizzo amministrativo e gestionale.

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