Il triste destino del prescelto

Non me ne vogliano Atlético Madrid e Chelsea, protagonisti di un pragmatico quanto bloccato 0-0 nella prima semifinale d’andata di Champions League, ma l’argomento principe del mondo sportivo martedì 22 aprile è stato l’esonero di David Moyes. Lo scozzese che è passato dalle lodi guadagnate all’Everton ai tonfi di quest’anno, è stato sollevato dall’incarico di allenatore del Manchester United, squadra affidata ora all’eterno fuoriclasse Ryan Giggs, in attesa di una soluzione a lungo termine.

Onestamente, la notizia è sorprendente. Non per il fatto in sé (come spiegherò, sono d’accordo con l’esonero), ma per i tempi. Ero proprio convinto che i Red Devils avrebbero finito la stagione con “The Chosen One”, scelta evidentemente non troppo illuminata di Sir Alex Ferguson. La dirigenza del Manchester United, club tra i più prestigiosi e vincenti nella storia del calcio, ha evidentemente deciso di aver visto abbastanza e che una stagione così disastrosa non avrebbe promesso nulla di buono per le prossime.

La scelta, di suo, ci sta: quando si dice di stringere i denti e pensare ai progetti pluriennali, a volte ci si dimentica che questo non vuol dire accettare tutto, sempre e comunque. Questa squadra, al netto di certi episodi e dei molti infortuni, è stata a lunghi tratti davvero inguardabile, lontana parente di quella salita sul trono d’Inghilterra nel 2012-2013, spettrale ed opaco ricordo della squadra che fu. No, lo United quest’anno non è esistito e le colpe sono in (gran?) parte di Moyes, certo più piccolo dell’incarico, della panchina, del tempio del teatro dei sogni.

Passiamo un attimo in rassegna le attenuanti, per dovere di cronaca: episodi sfortunati in alcuni momenti chiave, giocatori un tempo uomini chiave ora sul viale del tramonto, squadra inadeguata in certe componenti. Certo non deve essere facile, a livello ambientale più che tecnico, lavorare con serenità quando il tuo capitano (Vidić) firma con un altro club già in Marzo, o quando rompi qualsiasi record negativo della storia della Premier League. Però devo ancora capire cosa ci abbia messo, di suo, David Moyes, i cui pochi acuti assomigliano più ai colpi di singoli di livello mondiale come Rooney o van Persie, più che a segnali positivi in chiave futura.

Sì, perché il luogo comune è che il Manchester United, per via della pazienza mostrata una generazione fa con Sir Alex Ferguson, dovesse aspettare anche l’attuale allenatore. Ma il problema, in questo caso, è che la conferma e la pazienza bisogna meritarsele, che i segnali bisogna mandarli, che i bocconi amari si inghiottono meglio quando c’è qualcosa che ispiri speranza: quando l’anno scorso il Liverpool di Brendan Rodgers faticava e chiudeva settimo, l’attacco segnava a raffica e una filosofia di fondo si intravedeva, sino al calcio positivo di quest’anno. Al contrario, lo United di Moyes non autorizzava propriamente ad essere ottimisti: va bene la tradizione, va bene la pazienza, ma c’è un limite a tutto.

Nella scelta delle scelte, avrà contato anche la paura del futuro: parliamo di un manager che ha dimostrato di non voler (sapere?) pescare fuori dal mercato inglese, caro per definizione dato il giro economico, con errori marchiani come Fellaini, o supervalutazioni come Mata, tanto da preoccupare in vista del prossimi obiettivi. Perché il vero problema è che adesso bisognerà fare un mercato di qualità, trovare il Vidić di turno allo Spartak Mosca, da alternare agli acquisti modello Barkley: forse troppo per David Moyes, sfortunato ma inadeguato a un club che per definizione coi grandi ci vuole stare.

Magari masticando amaro e tenendo botta, certo non al prezzo di passare tutti i martedì e mercoledì in poltrona a guardare gli altri.