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Andrea Pirlo, l’ultimo degli artisti

Flash. 1995. Hai appena compiuto 16 anni e calchi per la prima volta un campo di Serie A con la squadra della tua città, il Brescia. Il più giovane esordiente della squadra lombarda.

Flash. Sei nel 1998, si stanno disputando i Mondiali in Francia. L’Inter mette gli occhi su di te e decide di comprarti. Sei felice, emozionato, elettrizzato. Vai a giocare con Ronaldo, il più forte del mondo. Le cose, però, non vanno come ti aspetti, giochi poco e quando lo fai entri dalla panchina. Ti intristisci, non hai spazio. Dopo un anno vai a Reggio Calabria e torni a meravigliare il pubblico con le tue giocate. Salvi la Reggina da protagonista.

Flash. La tua mente corre all’anno 2000. Vinci l’Europeo Under 21 da fenomeno, ma nell’Inter non c’è verso di trovare spazio. A gennaio chiedi di andare a giocare e vai di nuovo in prestito: torni nella squadra della tua città, il Brescia. Ci arrivi abbattuto, senti di non essere stato totalmente apprezzato. Hai paura che la tua carriera possa non spiccare il volo. Forse tra i trequartisti c’è troppa concorrenza. Tu hai piede, ma poca corsa. Il calcio è sempre più muscolare.
Incontri, però, un signore di nome Carlo Mazzone che decide di darti fiducia e vede in te qualità che gli altri finora non avevano notato. Ti sposta. Ti mette venti metri più indietro, davanti alla difesa, a organizzare il gioco e a dettare i tempi. Rinasci.

Flash. Estate 2001. L’Inter, confermando che non ha mai avuto totale fiducia in te, ti cede alla sua più grande rivale: il Milan. All’inizio fai un po’ di panchina, non conquisti la piena fiducia del nuovo mister Terim. Lui ti vede trequartista e lì hanno appena comprato Rui Costa. Ma non ti dai per vinto, lotti e a fine stagione qualche soddisfazione te la togli. Anche grazie a un tuo gol su punizione i rossoneri arrivano ai preliminari di Champions e decidono di tenerti.

Altro flash. Mister Ancelotti, che si chiama Carlo anche lui, vede in te ciò che il primo Carlo aveva già visto: un regista basso.
Giochi, esalti, incanti, vinci. Esplodi.
Flash, poi un altro flash, poi ancora uno, un altro e un altro ancora. La tua mente passa in rassegna tutto ciò che hai vinto, tutte le coppe che hai alzato da protagonista. Champions League, Coppa Italia, Supercoppa Europea, Scudetto, Supercoppa Italiana, il Mondiale per Club. Sei un predestinato. Un predestinato vincitore di tutto ciò che si può vincere.

Flash. È l’estate 2006. Sei in uno stadio in Germania, a Berlino, e tiri uno dei 5 rigori decisivi di una finale. Sei campione del Mondo con l’Italia. Vinci il premio come miglior centrocampista del Mondiale e arrivi 3° in quella assoluta dietro due tuoi compagni. Sei in cima al mondo. Giovani calciatori che fanno i primi passi su un campo da calcio si ispirano a te. Loro non lo sanno ancora, ma non saranno mai come te.

Flash. Fine 2010. Ti fai male al ginocchio. Sei costretto a rimanere lontano dai campi per tre mesi, anche a causa di una ricaduta. Quando torni scopri che la tua squadra, quella che sembrava persa senza di te, ha imparato a camminare da sola, senza il tuo aiuto. Allegri dice che finalmente la squadra si è liberata dall’idea di essere dipendente da te, come invece era capitato nei dieci anni precedenti.
Se vogliamo, è un discorso teoricamente giusto. Ma triste. E soprattutto, nei fatti, sbagliato.
Non sei fatto per il ruolo di comprimario. Ti piace stare lì, al centro, sia del campo che dell’attenzione. Mediti, ci pensi. Te ne vai.

Flash, flash, flash, flash, flash, flash, flash. Questa volta non è la tua mente, sono macchine fotografiche. È il 2011, hai cambiato di nuovo squadra dopo dieci anni: la Juventus. Sei in un nuovo stadio, con una squadra nuova e con nuovi tifosi che scandiscono il tuo nome. Sei di nuovo la stella. Sei di nuovo al centro dell’attenzione, al centro del campo, al centro del gioco. Con la nuova maglia addosso dimostri a tutti che non sei finito, che non sei troppo vecchio, che hai talento e che, soprattutto, la classe che hai tu non ha eguali in Italia.
Giochi, incanti, esalti. Vinci. Di nuovo.
Sono due gli Scudetti che ti porti a casa. Alla faccia di chi aveva detto di poter fare a meno di te.

La prova contro il Napoli di ieri sera è solo la fotografia della tua carriera: perfetta. Aperture, appoggi, passaggi di prima, finte, cross, pressing, interdizione e gol su punizione, il tuo marchio di fabbrica. Secondo in Serie A solo a Mihajlović. Sei una luce in mezzo al campo.

Solamente chi ti aveva sottovalutato poi si è stupito. Solamente chi ti aveva dato per finito poi si è sbalordito.
Ma noi no. Non avremmo mai potuto.
Perché tu sei Andrea Pirlo, l’ultimo di quella dinastia di artisti che parte da Rivera, passa da Baggio e finisce con te.
Tu sei Andrea Pirlo, l’ultimo pittore del calcio.