Home » Un lungo coro da nord a sud

Non ci facciamo mancare niente. Come se il calcio italiano non fosse già stato martoriato, nella sua storia più o meno recente, da becere piaghe come Calciopoli, doping, calcioscommesse, evasioni fiscali, passaporti falsi, episodi di razzismo e violenza e chi più ne ha, più ne metta. Se è vero, come si dice in giro, che questo sport, nel suo piccolo, è lo specchio del mondo in cui stiamo, allora viviamo in una società malata.

L’ultimo sintomo di questa malattia si chiama “razzismo territoriale” e ne abbiamo già parlato tempo addietro. I recenti sviluppi, però, hanno del clamoroso. Avete mai visto le tifoserie di Milan, Inter, Juventus e Napoli a braccetto, mosse da un intento comune? No. Eppure, qua parliamo di stretta attualità. Quando c’è da combattere contro le istituzioni, d’altronde, succede anche questo.

L’antefatto è recente: la curva Sud del Milan, a seguito di “cori di discriminazione territoriale” nei confronti dei sostenitori del Napoli, viene chiusa al pubblico in occasione della successiva partita interna dei rossoneri contro la Sampdoria.

Le reazioni non tardano ad arrivare: il tifo organizzato di Napoli, Inter, Juventus e Genoa solidarizza con la curva milanista e inizia la sua crociata contro la Federcalcio e il Giudice Sportivo Gianpaolo Tosel. Prima la Curva B partenopea, in uno slancio di insolita ma napoletana ironia, si auto-insulta e durante la gara contro il Livorno espone “messaggi d’amore” diretti ai vertici del calcio italiano: “Napoli colera. E adesso chiudeteci la curva”.

Poi è il turno della Nord nerazzurra, che minaccia un’azione congiunta di tutte le tifoserie con l’obiettivo di far chiudere contemporaneamente gli stadi, schierandosi al fianco dei napoletani: “Hanno dimostrato chi sono i veri buffoni di questa triste storia di discriminazione e razzismo. Auspichiamo che tutte le curve facciano cori discriminanti”. Provocazione subito accolta e fatta propria dalla curva sud Scirea e dalla Gradinata Nord genoana, come in una sorta di reazione a catena, che testimonia l’esistenza di un codice non scritto fra ultras.

Fermo restando che saremo sempre dalla parte dello sfottò intelligente, ironico, pungente, e assolutamente contro l’insulto e la mancanza di rispetto nei confronti dell’avversario, sia esso calciatore o tifoso, non sta a noi stabilire chi abbia ragione. Probabilmente, occorrerebbe un po’ di flessibilità nei confronti di questi episodi di “discriminazione territoriale” (non razziale, sia chiaro) e un maggiore pugno duro per episodi di violenza e inciviltà di cui si rendono protagonisti alcuni pseudo-tifosi durante le partite di calcio.

Chissà dove porterà questo braccio di ferro, che per ora genera soltanto reazioni e prese di posizione. Ciò che più preme evidenziare è la pericolosità della situazione che si è creata: da un lato, un potere istituzionale che pare confuso, che colpisce qua e là, quasi a macchia d’olio, senza dare l’impressione di uniformità. Anche perché, forse, si trova con le mani legate, succube di un regolamento (art. 11 del codice di giustizia sportiva) apparentemente ingiusto (se a commettere la violazione sono i tifosi, paga comunque la società). Peraltro al passo con le regole e le sanzioni imposte dall’Uefa, questo va detto.

Dall’altro lato, il tifo organizzato, che in Italia sta assumendo sempre più potere e che tiene in scacco da anni le società calcistiche, vittime di ingerenze, ma non del tutto prive di colpe. Frange estremiste, che di solito figurano come acerrime nemiche, ma risultano alleate quando c’è da combattere lo Stato e chi lo rappresenta.

In una situazione come questa, a pagare sono i tifosi sani, quelli che sognano di vivere il calcio in prima persona, a pochi metri dal rettangolo di gioco. Per sentire il profumo dell’erba o il rumore del pallone quando viene calciato. Magari lasciandosi scappare un innocuo “arbitro cornuto”, ma dimenticando tutto dopo il fischio finale.

Lasciamo perdere queste romantiche suggestioni e aspettiamoci, dunque, un prossimo turno di campionato con l’accompagnamento “canoro”. Perché gli ultras manterranno ciò che hanno promesso. La palla, poi, passerà agli organi federali e al Giudice Tosel. Per una nuova azione di un campionato parallelo, che ci preoccupa e non ci piace per niente.