Ci sono emozioni che non si possono raccontare, né tanto meno essere raccontate. Le Emozioni vere vanno vissute dal primo al quarantottesimo minuto, tutte di fila: fermi tutti, stanotte non si dorme. No, non mi sono ricordato all’ultimo di quelle scartoffie da compilare per il lavoro, né è ricominciata la mia serie TV preferita. Stanotte c’è molto di più: tornano le finals NBA, uno degli eventi più importanti del mondo.
Rispetto alla stagione regolare, infatti, è proprio un altro sport. Ogni possesso si gioca come se fosse l’ultimo, come se non ci fosse un domani. Perché il domani è adesso, e per far si che il sogno si trasformi in realtà bisogna sudare ben oltre le normali sette camicie, come si suol dire.
San Antonio Spurs contro Miami Heat: da una parte l’esperienza, la sagacia tattica e l’acume dei ragazzi di Gregg Popovich, il miglior allenatore per distacco dell’NBA post Phil Jackson. Dall’altra, invece, la fisicità e il talento di Lebron James – il miglior giocatore del pianeta – supportato da Wade e Bosh: insieme sono i “three amigos“, un conglomerato di potenza e tecnica come pochi se ne sono visti nella storia di questo sport. Anche se in Florida non è esattamente oro tutto quel che luccica, viste le difficoltà che Miami ha trovato nell’abbattere Indiana soltanto in gara 7, quella decisiva. Quella da dentro o fuori, “win or go home” come direbbero oltreoceano.
Il bello dell’NBA è che può succedere tutto e il contrario di tutto: prima di questo turno, gli Spurs avrebbero dovuto faticare contro Memphis mentre Miami avrebbe strapazzato agilmente Indiana, inghiottendola in un sol boccone. Quindici giorni dopo queste parole sembrano follia pura, un po’ come se all’inizio della stagione calcistica qualcuno avesse pronosticato il Borussia Dortmund in finale di Champions League. In molti avrebbero riso sonoramente, eppure il campo è l’unico giudice inappellabile, l’unico che può consacrare le gesta dei migliori atleti del mondo: come dimenticare l’epica gara 6 del 1998 tra Utah Jazz e Chicago Bulls, la squadra in cui militava tale Michael Jordan, uno che con la palla a spicchi qualche emozione è riuscita a trasmetterla. Sotto di tre a pochi secondi dalla fine, il #23 prima appoggiò di tabella i due punti che valsero il -1, poi strappò la palla a Malone nel possesso decisivo: il finale è quasi superfluo raccontarlo, e l’unico rumore che si udì fu quello della retina del canestro. L’era di Jordan ai Bulls finì in questa maniera, e anche grazie a quel tiro adesso è una vera e propria leggenda dello sport a stelle e strisce.
Nell’NBA nulla è casuale: è lo sport che più assomiglia agli scacchi per preparazione tattica degli incontri. Due allenatori, due squadre che sanno di affrontarsi anche sette volte nell’arco di due settimane: nulla è lasciato al caso, ma nonostante questo ogni azione resta comunque imprevedibile, perché l’estro dei campioni non si può controllare. Non si tratta di robot o pedine, ma di umani che hanno portato lo sport a livelli di eccellenza altissimi: atleti come Tim Duncan e Manu Ginobili, i cui video andrebbero fatti osservare attentamente a ogni singolo ragazzino desideroso di avvicinarsi a uno sport tanto bello quanto faticoso. Faticoso perché per arrivare a certi livelli devi lavorare molto, ma per restarci devi dimostrare di essere un Campione.
Impossibile pronosticare con certezza un vincitore, visti i molteplici fattori in campo: il più decisivo sarà sicuramente il coraggio di prendere le decisioni giuste al momento giusto. Una cosa è certa: stanotte non si dorme, perché c’è da guardare l’ottava meraviglia del mondo.