L’arte (vincente) del turnover ragionato

Per il secondo anno di fila, la Lazio conquista la qualificazione ai sedicesimi di finale di Europa League, stavolta riuscendo persino a chiudere i conti con un anticipo quasi impensabile al momento dei sorteggi. Doveva essere uno dei gironi più complicati di questa edizione e invece si è trasformata in un’evidente corsa a due tra i biancocelesti e il sorprendente Eintracht Francoforte per il primato, creando un vuoto piuttosto clamoroso con l’Apollon Limassol e, soprattutto, da un Olympique Marsiglia lontano parente della finalista dello scorso maggio. Un trionfo tutt’altro che scontato per Inzaghi e i suoi che, dopo il facile esordio contro i ciprioti e il crollo di Francoforte, sono definitivamente esplosi nella doppia sfida contro l’ex rivale Rudi Garcia, sulla linea di quanto di buono visto nell’ultimo periodo anche in campionato.

Quella di ieri sera è stata una Lazio leggermente meno bella rispetto a quanto visto al Vélodrome due settimane fa, ma certamente più cinica e matura nell’affrontare e sfruttare il match-point per la qualificazione senza far slittare la questione. Inzaghi aveva chiesto ai suoi uno sforzo per chiudere il primo obiettivo stagionale, anche per poter così rivolgere le proprie attenzioni solo al campionato almeno fino a febbraio e i suoi ragazzi lo hanno accontentato, senza sottovalutare un’avversaria che non sta vivendo un buon momento. Un lavoro ben fatto, con il tecnico piacentino che non ha dovuto fare altro che seguire la linea adottata nell’ultimo periodo per sfruttare a tutto tondo la propria rosa: i biancocelesti sono scesi in campo con il solito mix tra titolari e seconde linee, o almeno presunte tali data la grande capacità di Inzaghi di pescare tante carte diverse dal mazzo anche a gara in corso senza far sentire nessuno come una riserva.

In questo senso, la gara di ieri è stata l’emblema dell’idea che i biancocelesti hanno del modo di fare calcio e gestire la rosa: la Lazio, alla fine dei conti, è una squadra che gioca bene, segna tanto e vince, la gran parte delle volte a prescindere dagli interpreti. Era stato sin da subito uno dei talenti più apprezzati di Inzaghi e i numeri lo hanno spinto a proseguire su questa strada: tra quest’anno e lo scorso, sono stati ben 8 i gol realizzati dai subentrati sui 32 totali. Il messaggio, insomma, è che l’ex attaccante ha imparato a utilizzare al meglio la panchina e la rosa senza mai stravolgere il suo gioco, affidandosi a un turnover ragionato. Dove alcuni titolarissimi come Acerbi, Parolo e Immobile si occupano di diventare un riferimento per i rispettivi reparti, garantendo la sicurezza che serve, mentre il resto della squadra gira senza diminuire il valore generale in campo.

Per Inzaghi, questo è il solo modo per provare tutti e, talvolta, scoprire giocatori pronti a scalare le gerarchie. È il caso di quel Correa arrivato in estate per coprire alle spalle Luis Alberto e che ora è diventato una delle pedine più importante nello scacchiere biancoceleste: El Tucu ha finora sfruttato quasi tutte le opportunità avute e anche contro l’Olympique Marsiglia si è messo in mostra con la sua tecnica, trovando anche il gol. Non avrà il piede raffinato e l’intelligenza di Luis Alberto, ma l’ex Siviglia sta facendo il massimo per far pesare il meno possibile il calo di rendimento del compagno. E su quest’onda, stanno provando a crescere anche Berisha e Durmisi, due altri acquisti estivi ancora non arrivati ai livelli visti rispettivamente a Salisburgo e Siviglia (gara di luci e ombre contro l’OM ieri sera), ma che Inzaghi ha intenzione di far crescere con l’esperienza in campo.

In conferenza stampa, il tecnico piacentino ha ringraziato i ragazzi e ha dedicato loro il suo applauso. La strada è quella giusta per puntare a un altro percorso importante in Europa come lo scorso anno, mantenendo intatto il sogno di raggiungere una finale difficile, ma non impossibile. Ora la testa torna al campionato e all’insidiosa trasferta con il Sassuolo di De Zerbi. Impegnativa, anche per lo sforzo richiesto per chiudere i conti della qualificazione, ma con un obiettivo stagionale già in tasca, la testa è sempre un po’ più leggera e carica di entusiasmo.

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Nato a Monza nel '95, ha tre grandi passioni: Mark Knopfler, la letteratura e il calcio inglese. Sogna di diventare giornalista d'inchiesta, andando a studiare il complesso rapporto tra calcio e politica.