È solo sport?

Una piccola riflessione nata dalla visione di un telefilm in cui lo sport non fa più parte della vita dell'uomo in società

Mi è capitato, scrivendo un articolo di cronaca, di provare emozioni contrastanti sul mio impegno nell’ambito del giornalismo sportivo, mio primo amore. Tali emozioni, credo comprensibili, saranno balenate nella testa di chiunque abbia scritto o scriva di sport, eppure non hanno mancato di sorprendermi. La domanda è: vale davvero la pena di scrivere di sport? O ci sono cose molto più importanti, nella vita e nella società, che meriterebbero la medesima attenzione, cura del dettaglio, serietà? Ci prendiamo troppo sul serio?

Il pensiero che sì, alla fine, ci prendiamo troppo sul serio, inizia a farsi spazio. Eppure, non è solo sport è molto di più e proverò a proporre alcuni esempi, anche da opere di finzione non direttamente a tema sportivo, per mostrare che lo sport è una materia complessa, che muove tantissimi soldi ma anche innumerevoli emozioni, ha un ruolo preciso nella società e che dunque l’esigenza di un approccio serio e non banale è più che fondata. E che anche quando è solo sport (meno male!) nessuno dovrebbe sottovalutarne impatto e rilevanza per la società e per gli individui.

Il telefilm Il racconto dell’ancella (The Handmaid’s Tale), tratto dall’omonimo romanzo del 1985 di Margaret Atwood, è ambientato in un universo distopico, dove una teocrazia totalitaria ha preso il posto degli Stati Uniti d’America. Il nome del nuovo stato è Gilead, nato a seguito di un colpo di stato ad opera di un gruppo di cristiani fondamentalisti, che sulla base del principio della sola scriptura propongono un approccio meramente letterale (ed evidentemente selettivo) alla Bibbia e confondono peccato con reato. Andate a farsi benedire – è il caso di dirlo – le garanzie costituzionali e le libertà individuali, lo stato si presenta con una struttura gerarchica ben precisa e la totale subordinazione delle donne, cui è proibito di possedere bene, lavorare e persino leggere e scrivere. Ma non basta: essendo stato il mondo colpito da una grave crisi di fertilità e nascendo pochissimi bambini, le (poche) donne fertili appartengono alle famiglie dell’élite politico-militare dominante, a portare in grembo e poi partorire, come Lia (schiava di Rachele nella Bibbia) i figli dei comandanti. Uno stupro legalizzato, in pratica, e giustificato da un aberrante e poco comprensibile senso religioso (?).

Non è mia intenzione, in una società, la nostra, terrorizzata dallo spoiler, anticipare elementi decisivi della trama, ma i “cameo” che lo sport fa nel telefilm risultano rilevanti e possono dare il via a una serie di riflessioni sul tema proposto su: lo sport è solo sport? Romanzo e serie tv affronta a tuttotondo la tematica della libertà (politica, sul proprio corpo, anche religiosa) e strizza l’occhio ad alcune delle nostre più grandi paure, non mancando di ricordarci quanto ciò che diamo per scontato in realtà non lo è e magari è anche frutto delle battaglie di chi ci ha preceduto. Non abbassare la guardia, insomma, sembra il messaggio principale e riporto questo consiglio, lo butto lì.
Ma lo sport… si diceva. Lo sport gioca un ruolo importante, sullo schermo televisivo, come una delle cose a Gilead non si possono più fare. Abolite scrittura e lettura per le donne – di rango, ancelle e tutte le altre – sono stati aboliti per tutto il genere umano tutte quelle attività potenzialmente (agli occhi dei fondamentalisti che hanno preso il potere, stravolgendo la costituzione e anzi scrivendone una nuova) connesse col peccato. Da una libertà di a una libertà da, per dirlo con le parole di una protagonista. Va da sé che, per donne e uomini, attività come il teatro, la musica o le discipline sportive vengono proibite. L’opera ce lo fa capire chiaramente e in particolare – per me che mi occupo di sport, ma penso per chiunque sia sensibile alla materia – alcune scene sono state un pugno sullo stomaco, da questo punto di vista.

Fenway Park, casa dei Boston Red Sox, America’s Most Beloved Ballpark, versa in uno stato di totale abbandono. Il diamante non ha più lo scopo, a Gilead, di ospitare le gesta dei migliori atleti della MLB ma – come da manuale nei regimi totalitari, non per forza di finzione ( – ma è utilizzato per scopi molto meno nobili: le esecuzioni. Non è stato facile ottenere un nullaosta per far comparire lo stadio dei Red Sox e non è mia intenzione “spoilerare” cosa e perché ci accade nella serie, ma i telespettatori si sono presi questo pugno nello stomaco toccando con mano che una parte sacra, il baseball, dell’America non c’è più e mai bisogna dare per scontate case basi, inning ma anche canestri, gol, touchdown e via discorrendo.
Ancora più forte, sempre in The Handmaid’s Tale, sebbene meno d’impatto, l’immagine della palestra scolastica usata come luogo di “addomesticamento” delle ancelle. Le linee del campo da basket, in parquet, ormai inutili: lì sopra non palleggeranno più palloni di colore arancio né se ne sentirà il rumore, dolcissimo, di un rimbalzo dopo l’altro.

C’è da chiedersi perché questa teocrazia consideri lo Sport è immorale o comunque degno di essere proibito. Le risposte possono essere molteplici e provare ad abbozzarle corrisponde più o meno con gli scopi di questo articolo, con quanto messo in premessa: lo sport è tutto, è una società che si diverte, una nazione completamente libera; esso è gesto atletico e gesto tecnico al servizio dell’estatica, è libertà di sognare, di essere parte di un tutto che ti dà gioia o delusione. Lo sport ti riscatta, ti fa sentire vivo.

È tutta fiction, si dirà, e probabilmente non servivano un romanzo di 33 anni fa un telefilm a farci capire l’importanza che gli sport hanno per la società contemporanea. Eppure, menzionare – senza anticipare nulla – questi episodi permette davvero di trarre una conclusione: giocare, far parte di una squadra, tifarla, guardare una partita, sono esperienze che ci portano in un altrove fatto di libertà, coinvolgimento e pura passione, e non dobbiamo dimenticarcene mai.
Da questo punto di vista, allora sì: è solo sport. E nessuno ce lo tocchi, per nessun motivo.
 

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Sardo classe 1987, ama il rugby, il calcio e i supplementari punto a punto. Già redattore di Isolabasket.it e della rivista cagliaritana Vulcano, si è laureato in Lettere con una tesi su Woody Allen.