Cristiano Biraghi, storia di un terzino “normale”

No, non chiamatelo Maldini né Roberto Carlos. Non definitelo uno dei tanti giovani interisti lasciati andare via, per la troppa fretta, per incassare qualche spicciolo. Non sarebbe stato probabilmente lui il predestinato, non avrebbe potuto sfatare la maledizione tutta nerazzurra della fascia sinistra. Cristiano Biraghi oggi non è un campione, ma un terzino mancino di tutto rispetto. Non è un giovane che si farà, ma un calciatore quasi maturo, che le maglie di Fiorentina e Nazionale se l’è sudate eccome. Anche se forse deve ringraziare qualcuno che non c’è più, Davide Astori. Il suo capitano, a cui ha dedicato la sua prima gioia azzurra, un gol così pesante contro la Polonia.
Questo ragazzo, che aveva iniziato da pulcino nella cantera atalantina, fece parlare per la prima volta di sé 8 anni fa. Dopo il salto in prima squadra, non una qualsiasi ma l’Inter del Triplete, illuminò il cielo di Baltimora con un missile terra aria contro il Manchester City. Era la classica tournée pre-season, in un’estate in cui tutti i cuori nerazzurri speravano in un ciclo vincente con a capo Benitez, notti piene di aspettative in cui lo stesso Biraghi viveva il sogno di raggiungere il top. Due presenze in Champions, ottenute più per decimazione altrui che per meriti, poi l’inizio di un lungo vagabondaggio . Per anni si è dovuto accontentare del ricordo di un gol da cineteca, prima scelta per clip da youtube, e di tanta gavetta. Un gioiello da raccontare un giorno ai nipoti, nel quotidiano invece lotta nel fango per ritornare sui grandi palcoscenici, non più con un ruolo da semplice comparsa. Il cammino per diventare un uomo.
Serie B, Serie A, Liga poi due anni fa la drammatica stagione al Pescara. L’anno degli 81 gol subiti, di una macchia sul curriculum che rischiava di divenire un marchio. Se non fosse per Pantaleo Corvino che per necessità di riempire numericamente un organico poco ambizioso decise di portarlo a Firenze nell’estate del 2017, anche grazie ad un rapporto prolifico con il suo procuratore Giuffridi.
Pochi spicci spesi per un giocatore che nelle sue prime apparizioni dimostrava di valere il prezzo di mercato. La sua mediocrità, poi, scivolò fino alla bocciatura quando Castro del Chievo lo fece ammattire al Bentegodi, il primo di ottobre. Ed è lì che ci fu il turning point della carriera. Cristiano incassò tutto il rancore di una piazza esigente, che lo aveva scelto come bersaglio prediletto di una politica societaria discutibile ed un mercato povero. Qui entrò in gioco Astori che cercò di proteggerlo dalla gogna pubblica e di sostenerlo nel percorso di crescita. Il ragazzo ha così continuato a lavorare umilmente costruendo un buon feeling con l’allenatore Stefano Pioli, inserendosi sempre meglio nel gruppo. Qualche altro gol in viola è arrivato in un anno, così come la chiamata in azzurro da Mancini, mister che conosceva dai tempi dell’Inter. Adesso, dopo la rete in nazionale, con dedica speciale all’amico e capitano scomparso, vale anche più di quegli spiccioli con cui era stato prelevato la scorsa stagione. È l’uomo del momento, sta ottenendo i suoi riconoscimenti. Ma Biraghi continuerà a lavorare, perché nonostante abbia un buon sinistro, deve ancora migliorare, soprattutto in fase da copertura. Negli ultimi 12 mesi ha ottenuto più di tutta la sua carriera; in pochi minuti da subentrato a Baltimora ha brillato più dei successivi 10 anni, facendo borbottare l’allora tecnico dei Citizens. Ed indovinate chi era? Roberto Mancini. Da Mancini a Mancini, per un mancino, uno come tanti, Cristiano Biraghi. La dimostrazione che con il sudore e l’applicazione si può fare davvero tanto.

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Giornalista appassionato di sport, calcio e tennis su tutti. La passione quindi, poi la voglia di raccontare le storie, le emozioni, sempre protagoniste accanto ai numeri e ai grandi risultati sportivi