A Verona dopo l’esilio, obiettivo salvare la carriera: così Ventura può riscattarsi al Chievo

Se gli si chiedesse di raccontare ancora oggi dell’esperienza con la Nazionale azzurra, è molto probabile che la reazione di Gian Piero Ventura sarebbe identica a quella mostrata ormai quasi due anni fa, come se fossimo ancora al mattino successivo a quel maledetto 13 novembre 2017: prima un sussulto, poi una risposta tiepida con la voce che trema, con il ricordo di San Siro tutto in piedi a fischiare ancora negli occhi. L’umiliazione di un’eliminazione storica, il massacro mediatico spinto da molte, troppe persone anche oltre un limite umanamente accettabile, l’esilio dal mondo del calcio per rifugiarsi a Zanzibar, lontano da telecamere e giornali. Basterebbe sentirsi nuovamente l’intervista rilasciata lo scorso maggio a Che Tempo Che Fa con Fabio Fazio, alla sua prima apparizione in tv dall’esclusione dai Mondiali, per capire che quei mesi lontani dal campo hanno lasciato un segno indelebile nell’ex tecnico di Torino e Bari.

Di quel fallimento, Ventura non si è mai preso completamente la responsabilità. O meglio, lo ha fatto, ma aggiungendoci sempre un “però”, spesso affidandosi a uscite e commenti su giocatori e squadre piuttosto discutibili per un tecnico destinato a rimanere nel ricordo del calcio italiano come il principale responsabile del secondo fallimento più grande della nostra storia dopo l’esclusione dai Mondiali del 1966. Ciò che però il tecnico genovese ha sempre faticato ad accettare, oltre alle critiche spietate e alle umiliazioni, è stato un aspetto più generale, riguardante la sua intera carriera: veder cancellare quanto di buono fatto in più di 30 anni di esperienza in panchina per il disastro commesso al test più importante della sua vita calcistica, rischiando di chiudere la propria avventura nell’ombra e nel più totale isolamento. E così, esattamente come fece Edmondo Fabbri più di 50 anni fa ripartendo dal Torino dopo la pessima esperienza in Azzurro, Ventura non è riuscito ad accettare un finale simile e all’offerta del ChievoVerona ha detto quasi subito sì.

È dunque nella città di Romeo e Giulietta che Ventura si appresta a cominciare una nuova vita, a 70 anni: non pochi se si considera l’attuale età media degli allenatori in Italia pari a 49,65 (tra l’altro, una delle più alte d’Europa). Si riparte dal fondo della Serie A, dal fanalino di coda del campionato che ha ancora un meno davanti al proprio punteggio in classifica ed è reduce da un inizio di stagione disastroso, senza idee e demoralizzante. Un mercato sottotono e l’errore della conferma di D’Anna in panchina hanno dato i loro, deludenti frutti, complicando anche sul campo una situazione rimasta sospesa fino alle prime giornate del campionato nelle aule dei tribunali per il caos plusvalenze. Nei fatti, poi, un caso sgonfiato da una penalizzazione a dir poco ridotta, ma che indirettamente sembra aver influenzato mentalmente la rosa gialloblù.

Insomma, la situazione che si ritrova a dover affrontare il tecnico ligure è tutt’altro che semplice: salvare la tradizione decennale in massima serie del ChievoVerona nella stagione finora più complicata della storia recente della società di Campedelli. A Ventura, però, viene lasciata in mano una squadra certamente con l’età media più alta della Serie A, ma che presenta anche una rosa piuttosto esperta, con diversi giocatori che hanno alle spalle diverse stagioni in massima serie oltre a qualche giovane da lanciare. Un mix già visto in quel Torino per cui si prese tanti applausi e di cui, nel 2015, si parlava come rappresentazione del “calcio libidine“: insomma, una squadra che per certi versi sembrerebbe essere a sua immagine e somiglianza. E proprio come nei granata del 2011 (ai tempi in Serie B da due stagioni), Ventura arriva in un ambiente sconfortato, rimasto per troppo tempo immobile fino a farsi superare da tutte le altre squadre del campionato, per provare a trovare un rilancio.

Da dove si ripartirà, dunque, al ChievoVerona per dare il via alla rimonta verso la salvezza? Difficile dirlo ora, a poche ore dalla firma: l’allenatore genovese cercherà di creare una squadra solida ed esperta in difesa (anche se non è chiaro se con quattro uomini come nel primo Torino o con il 3-5-2 diventato suo modulo di fabbrica anche quando non era ancora di moda), dedicando la solita, grande attenzione nel lavoro sulle fasce e sulle palle inattive. Il tutto, il più lontano possibile dalle telecamere e dalle pressioni, come accaduto per gran parte della sua avventura trentennale in panchina. Insomma, Ventura prova ora a fare un salto indietro nel tempo, ripartendo dagli anni migliori e più maturi della sua carriera, quelli in cui il finale sembrava destinato a essere totalmente diverso. Per non essere più (o, almeno, non soltanto) l’ex ct della Nazionale italiana preso di mira da tutto il Paese, ma l’allenatore del ChievoVerona.

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Nato a Monza nel '95, ha tre grandi passioni: Mark Knopfler, la letteratura e il calcio inglese. Sogna di diventare giornalista d'inchiesta, andando a studiare il complesso rapporto tra calcio e politica.