Lega Pro, il grido di dolore…di un masochista

Il nostro paese, piccolo per territorio, acquistò credito nei Consigli d’Europa perché grande per le idee che rappresenta, per le simpatie che esso ispira. Questa condizione non è scevra di pericoli, giacché, nel mentre rispettiamo i trattati, non siamo insensibili al grido di dolore che da tante parti d’Italia si leva verso di noi“. Con queste parole, pronunciate il 10 gennaio 1859 al Parlamento di Torino, l’allora Re di Sardegna Vittorio Emanuele II diede l’impulso alla Seconda Guerra d’Indipendenza italiana contro l’Impero Austriaco.

Siamo in un clima di totale incertezza e precarietà nel calcio italiano il quale ha l’esigenza che si convochi l’assemblea elettiva per dar vita ad una nuova governance che superi il regime commissariale per un governo della FIGC capace di traghettare verso una stagione di riforme non più rimandabile: ci vuole un sistema di regole che consentano di dare certezza e di avere rispetto per chi investe nel calcio; occorre avere risorse dai diritti TV della ex Melandri, in rispetto dei principi sanciti dalla legge;  una riforma dei campionati e di una “sostenibilità” sostanziale e non di facciata o basata su semplici annunci propagandistici“. Comunicato ufficiale della Lega Pro, 6 agosto 2018. Con queste parole, l’organismo che governa il terzo grado del calcio professionistico italiano ha lanciato il proprio grido di dolore. Edulcorandolo poi leggermente con altri comunicati nei quali dalla sospensione dell’inizio del torneo si è passati alla nuova data di inizio fissata per domenica 2 settembre 2018.

Un grido di dolore parzialmente condivisibile. La Lega Pro ha ragione nel chiedere riforme, ha ragione nel chiedere chiarezza da parte della FIGC, ha regione nel reclamare più risorse dai diritti TV. Però non può tacere sulla propria parte di responsabilità in merito alla situazione di totale incertezza che si è venuta a creare. In primis, parole ai numeri. In quattro stagioni di campionato unico, solo in due occasioni, nel 2014/2015 e nel 2016/2017 si è rispettato il format federale di 60 squadre. Nel 2015/2016 furono 54, la scorsa stagione 57 subito ridotte a 56 per il quasi immediato forfait del Modena. E quest’anno? Innanzitutto la fusione tra Bassano e Vicenza che ha ridotto in partenza il numero a 55, poi le esclusioni/mancate iscrizioni di Fidelis Andria, Mestre e Reggiana e siamo a 52. Tre defezioni rimpiazzate dai ripescaggi di Cavese, Imolese e Juventus U23, ma con due quesiti ancora aperti: verranno o no sostituite nell’organico Novara, Catania e Robur Siena che oramai hanno già preparato le valigie destinazione Serie B al posto delle escluse Avellino, Bari e Cesena? e poi verrà accolto o meno il ricorso di Prato e Como, formazioni non considerate al momento ripescabili?

Ogni estate siamo alla stessa storia, con società che saltano come tappi di bottiglia di spumante a Capodanno. Il motivo principale? Semplice, la Lega Pro non ha ancora capito cosa è, la Lega Pro non ha ancora scelto la sua caratteristica di vita. Le carte sul tavolo della sede di Firenze sono due: o essere organismo integerrimo che consenta l’accesso al professionismo solo di imprenditori dai capitali cospicui oppure tornare a rappresentare il baluardo di difesa del calcio campanilistico italiano. Invece, attualmente è un ibrido mostruoso che produce più danni che benefici. A parole si vuole difendere la tradizione della rappresentatività geografica del campionato di terza serie – vedi la battaglia contro l’ingresso delle seconde squadre – ma a fatti si agisce nell’esatto contrario. Una squadra neopromossa dalla D e mai stata in Lega Pro, per esempio, per iscriversi deve versare 105000 € tra tassa di iscrizione e contributo di prima associazione. E poi produrre la documentazione di una fideiussione bancaria (questo vale per tutte le compagini di terza serie) di 350000 euro. Cifre certo non piccole per squadre che, come detto, ricevono solo briciole dai diritti televisivi. Si dirà, ma proprio per favorire le formazioni più piccole la capienza minima degli stadi è stata ridotta a 1500 spettatori. Certo, ma contemporaneamente sono stati inseriti severi vincoli da rispettare (in particolare sull’impianto di illuminazione e sul wi-fi in tribuna stampa) che gravano forzatamente sulle casse delle società, dato che i Comuni hanno problemi più seri da risolvere con risorse sempre più esigue. E poi non bisogna sottovalutare che anche il Governo (non è un discorso politico, è semplicemente un dato di fatto) ci ha messo il suo con il cosiddetto “Decreto Dignità” che, vietando la pubblicità alle agenzie di scommesse, taglia una buona fetta di sponsor per il calcio e, conseguentemente, per le squadre di Lega Pro.

E i ripescaggi? Per poter sognare la terza serie, una qualunque compagine di D deve versare 300000 euro di contributo straordinario alla FIGC più garantire una fideiussione bancaria di ulteriori 300000 euro. Logico che non ci sia la fila per bussare al portone della sede di Firenze.

Quindi, ripetiamo, delle due l’una: o si semplifica il panorama calcistico italiano in maniera drastica, con una Serie A a 20 squadre, una B a 40 suddivisa in due gironi e far partire il dilettantismo direttamente dalla terza serie, oppure, se si vuole far sopravvivere il romanticismo del pallone a ogni campanile, le tasse di iscrizione e i vincoli per i ripescaggi devono essere tagliati del 50%. La Lega Pro scelga finalmente cosa vuole essere. Altrimenti tutte le “grida di dolore” che invierà da oggi in avanti saranno interpretate come patetiche lamentele di un masochista.

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Nato a Salerno il 3 maggio 1986, laureato in Fisica, ex arbitro di calcio FIGC. “Sportofilo” a 360° con predilezione per calcio e ciclismo, è un acceso e convinto fantacalcista.