Non ci resta che applaudire

Lo sapevamo già prima di queste due notti di Champions League: per Juve e Roma sarebbe servita un’impresa per raggiungere le semifinali. E l’impresa non è stata fatta. A Real Madrid e Barcellona è bastato soltanto il turno di andata per convincere i più dubbiosi, disintegrare le speranze dei più ottimisti, far tornare con i piedi per terra chi sognava una vendetta immediata e chi un colpo da squadra sorpresa del torneo. Spagna batte Italia per un complessivo di 7-1, un risultato assai pesante che ci ricorda una volta di più quanto vasto sia l’abisso che separa le nostre “big” da quelle della Liga: un abisso fatto di gol, intensità mostruosa, giocate spettacolari e grandi campioni. Ma anche soldi e investimenti per noi quasi impensabili e che permettono alle macchine perfette delle Merengues e dei blaugrana di funzionare.

Tra le due, erano ovviamente i bianconeri a poter credere maggiormente nel colpo. La voglia di rivalsa dopo la finale persa malamente a Cardiff, di dimostrare di poter vincere anche in Europa e colmare il “gap” con le primissime società del mondo era tanta. E, invece, si è rivelata soltanto un’illusione, sciaguratamente alimentata dalle considerazioni di chi ha visto un Real Madrid più in difficoltà del previsto in Liga (addirittura a -13 dal Barcellona capolista, ma senza distinguere tra le pessime prestazioni di inizio anno e quanto accaduto negli ultimi mesi), arrivato secondo nel suo girone di Champions League alle spalle del Tottenham e che sembrava ormai giunto al capolinea del progetto Zidane e di un’era di campioni. Si parlava della fine della meravigliosa BBC, di una necessaria rivoluzione sul mercato in estate con la cessione anche di nomi illustri. E, invece, all’Allianz Stadium i Blancos hanno ripetuto con memoria di ferro la lezione già insegnata a Cardiff, cogliendo ancora una volta impreparati quasi tutti gli studenti bianconeri, anche quelli solitamente più bravi. Doveva essere la notte dell’esplosione di Dybala e dei gol in gare importanti in Europa di Higuaín e invece la scena è stata conquistata da quel Cristiano Ronaldo che, anche stavolta, è stato considerato sulla via del tramonto troppo presto e ora è tornato il Pallone d’Oro di sempre.

Nei mesi che hanno separato la disfatta di Cardiff dall’appuntamento di ieri sera, la Juventus ha provato a riflettere sui propri errori, è intervenuta sul mercato per potenziare la rosa con nuovi elementi che hanno aumentato la gamma di scelte possibili da parte di Allegri. Insomma, ha continuato a seguire le orme del suo progetto, con l’obiettivo di migliorarsi ogni anno, ma con la consapevolezza di non avere lo stesso giro di soldi delle due spagnole o degli sceicchi che fanno a gara ogni estate per fare il colpo più clamoroso. La distanza dal Real Madrid resta tanta, come emerso con evidenza martedì sera, ma non cancella un dominio in Italia tutt’altro che scontato e l’impresa compiuta nel raggiungere per due volte in tre anni la finale di Champions League: è un riconoscimento che i tifosi devono fare a una società seria, che ha lavorato a lungo per far quadrare i conti e, contemporaneamente, far rinascere i bianconeri dalle ceneri di Calciopoli.

Negli ultimi giorni, si è parlato a lungo di presunti errori di Allegri nella tattica (lo stesso tecnico esaltato dopo i cambi decisivi contro il Tottenham che hanno probabilmente garantito il passaggio del turno alla Juventus), di immaturità dei giocatori in campo e, soprattutto, di un Dybala che non riesce a raggiungere il livello superiore. Ma davanti a questo Real Madrid così bello, perfetto in tutti i suoi elementi, capace di divertire e divertirsi sono tutti discorsi vuoti. La montagna è ancora troppo alta da scalare e l’attrezzatura non è al momento sufficiente. E non resta che fare ciò che molto sportivamente il pubblico dell’Allianz Stadium ha fatto davanti alla meravigliosa acrobazia di Cristiano Ronaldo: applaudire, come toccò fare al Santiago Bernabéu dieci anni fa per un altro campione come Del Piero, davanti a una bellezza che oggi appartiene ad altri. Ma che questa Juventus, nonostante le (salutari) batoste, non può smettere di rincorrere proprio ora.

 

Condividi
Nato a Monza nel '95, ha tre grandi passioni: Mark Knopfler, la letteratura e il calcio inglese. Sogna di diventare giornalista d'inchiesta, andando a studiare il complesso rapporto tra calcio e politica.