Il primo Super Bowl vinto da un computer

Fonte immagine: pagina Facebook ufficiale Philadelphia Eagles (@philadelphiaeagles)

Anche l’ultima tettoia dell’ultimo albergo è rovinata. L’ultima drogheria è stata saccheggiata. I netturbini, nell’alba di una Philadelpia gloriosa come solo nei film si era vista, prendono possesso di quel poco che è rimasto.
Il primo Super Bowl degli Eagles ha scatenato la popolazione, ma le ragioni per cui la grande festa ha avuto inizio sono, come spesso ormai accade in America, tutte racchiuse in un computer nella sede della squadra campione del Mondo.

Week 3, 2017. Siamo a settembre, pochi pronosticano gli Eagles campioni. Lincoln Financial Field. Carson Wentz riceve lo snap dal suo centro sulle 43 del campo opposto. Fin qui nulla di strano. Peccato sia il secondo quarto, il punteggio sia di 7-0 per Philly e si giochi un quarto e 8. Qualora non lo chiuda, Philadelphia si troverebbe con i Giants quasi nella sua metacampo con la palla del pareggio in mano prima dell’intervallo.
Wentz, per l’appunto, riceve lo snap. Arriva il blitz di Devon Kennard, nessuno lo intercetta e il quarterback da North Dakota State University va giù. 6 yard perse, palla agli ospiti.
I Giants non segneranno neanche un punto sul possesso successivo, ma qualora l’avessero fatto avrebbero vinto, visto che alla fine il punteggio vedrà i futuri campioni vittoriosi di un field goal.

A Philadelphia, in un polveroso ufficio buio, un bel sorriso si stampa su un volto oscurato da grossi occhiali da secchione. Quello che è successo al “Linc”, infatti, era stato prestabilito. Doug Pederson, coach degli Eagles, stava seguendo ciò che gli era stato comandato di fare. In quella situazione di campo, punteggio, cronometro, il quarto e sei si gioca, perché aumenta le possibilità di vittoria dello 0,5%.
Nel baseball le statistiche servono per firmare i giocatori, pagarli meno e rendere competitiva una squadra scarsa e con poche risorse finanziarie. Insomma, per battere i Dodgers che hanno 250 milioni di stipendi.
Nel football, invece, la rivoluzione statistica è più sottile e risiede nel piano partita.

A questo link anche noi possiamo vedere quante possibilità di chiudere il down c’erano quel giorno: 29%. Non essendoci dati sulle corse, Pederson chiama lo schema di passaggio. Anche se non chiude il down, aumentano lo stesso le possibilità di vincere, perché nei calcoli di quello che sorride nell’ufficio buio degli Eagles, tale giocata ha un’incidenza tale da determinare migliori chance per la sua squadra.
Noi abbiamo quel 29%, lui ha una strategia probabilistica risultato di anni di studi che impatta sul playcalling di Pederson.

Super Bowl LII: terzo e quattro. Corsa, più precisamente palla a Jay Ajayi in una draw, cioè con consegna ritardata del pallone al runningback. La guardia si muove in un movimento trap, fintando cioè di bloccare a sinistra per poi passare alla destra del suo centro, dove Ajayi correrà. Primo down Philadelphia. Percentuale di riuscita di una corsa in quella situazione: 62%. Percentuale di riuscita di un passaggio: 47%.
Ovvio, si corre. Convenzionalmente, però, non è così scontato. Molti avrebbero lanciato. In week 3, sempre contro i Giants e sempre in quello stesso possesso di cui parlavamo prima, nella stessa identica situazione, Wentz aveva lanciato.

I netturbini della Pennsylvania hanno da fare in questi giorni, quindi, non solo per l’eroismo di Alshon Jeffery, Nick Foles e Brandon Graham, o meglio non solo a causa di esso. Ma perché c’è chi legge i numeri in un ufficio polveroso di notte, e dice a Pederson cosa fare.
Non crediamo ci sia un filo diretto tra questi due, ma non ci stupiremmo se, tra qualche anno, venisse fuori che il colloquio fatto da Howie Roseman a Doug Pederson 17 mesi fa, quando venne assunto come head coach, sia stato del tipo: “quarto e 8, 43 yard avversarie, secondo quarto, che fai?”

Quantomeno per rendersi conto se l’intervistato fosse incline a cambiare le regole non scritte del gioco. Cambiamento che ha portato il Vince Lombardi a Philadelphia, per la prima volta nella storia. Che ha piegato i grandissimi Patriots, che ha annullato in una notte di emozioni devastanti la bravura di Josh McDaniels e Matt Patricia, che dopo l’intervallo avevano trovato tutte le chiavi tattiche possibili per fermare l’incedere degli avversari e per torturare la loro difesa.

Josh si siede nell’ufficio di Mister Irsay. L’uomo che portò Peyton Manning a Indianapolis perché uno psicologo gli aveva detto che il 18 era più forte mentalmente di Ryan Leaf sta cercando un nuovo head coach per i suoi Colts.
“Josh, terzo e quattro, 20 yard difensive, primo quarto, che fai?”
McDaniels, dall’alto dei suoi 5 Super Bowl, tergiversa.
Forse si sta chiedendo cosa risponderebbe Doug Peterson, l’uomo che lo ha appena sconfitto in una notte del Minnesota che, con buona probabilità impossibile stavolta da calcolare, ha cambiato per sempre la National Football League.

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È convinto la vita sia una brutta imitazione di una bella partita di football. Telecronista, editorialista, allenatore. Vive di passioni quindi probabilmente morirà in miseria. Gioca a golf con pessimi risultati; ma d'altra parte, chi può affermare il contrario?