Rugby: oltre i Test Match, tra enigmi e speranze

Tempo di bilanci, per l’ovale italico, a prescindere dal novembre dolce-amaro che ha visto la nazionale vincere la partita che avrebbe dovuto vincere e perdere quelle che avrebbe dovuto perdere (una e due). Limitarsi al rituale e consueto ragionamento, tra mea culpa e speranza, serve poco, per cui cerchiamo di inquadrare la situazione in una prospettiva più ampia, che abbracci il movimento nel suo complesso.

Partiamo col dire che l’estate scorsa è partito un nuovo progetto federale, che ha cambiato sia nella forma sia nella sostanza il percorso di formazione degli juniores, ossia i giocatori di… dopodomani.
Sino alla scorsa stagione, quello di selezione e formazione dei migliori prospetti era un percorso altamente centralizzato dalla FIR: a partire dalle categorie Under 14, U16 e U18, i ragazzi venivano invitati a periodici raduni territoriali, per poi procedere con la convocazione presso le ex-Accademie, autentici convitti dove gli atleti venivano seguiti dal punto di vista sportivo e di studi.

Nei mesi scorsi, la svolta: con le nomine di Daniele Pacini (già responsabile della didattica ed ex manager della UR Capitolina) a “direttore del rugby di base” e di Stephen Aboud quale “responsabile dell’alto livello giovanile”, ecco varato un nuovo progetto tecnico. Le ragioni di questo riassetto sono varie: di natura economica (i centri di formazione erano troppo costosi e hanno dato risultati controversi), politica (la presidenza di Alfredo Gavazzi è alquanto indebolita, così come le posizioni dirigenziali che da qualche anno governano il rugby tricolore). In questo senso, il nuovo corso parrebbe un’apertura all’opposizione rappresentata da Marzio Innocenti, presidente del comitato regionale del Veneto, già sconfitto nelle due precedenti tornate elettorali, ma la cui convinzione sulla necessità di coinvolgere maggiormente i club di base nella formazione dei giocatori si sta facendo strada all’interno del movimento. Infine, ridotti a quattro i centri di formazione permanente (Treviso, Milano, Prato e Roma) potrebbe rappresentare l’occasione per concentrarsi davvero su un’autentica scrematura che possa dare più certezze ai reali prospetti, senza inutile dispersione di risorse.Al momento, la formazione delle rappresentative territoriali/regionali U14, U16 e U18 di base è stata affidata a staff regionali, con lo scopo di alzare il livello dei campionati e “spalmare” una comune metodologia di lavoro nei club attraverso il coinvolgimento dei tecnici di base.

Ulteriore sfida, non meno interessante: la formazione dei dirigenti, punto nodale per far crescere un movimento che necessita di assoluta competenza, tecnica, sportiva e gestionale. E se questo discorso vale per il calcio e tutto il comparto (si pensi alla situazione in FGCI, Lega, ma anche al fuoco di fila cui è sottoposto il mandato di Malagò da presidente CONI), ancor di più vale per uno sport complesso come il rugby, che ha bisogno di visione chiara e di autentica condivisione di valori e cultura. Non stiamo facendo facile retorica (quella sull’ovale è insopportabile): una disciplina fisica di contatto deve saper imporre e trasmettere una vera cultura comune e, soprattutto, superare i particolarismi tipicamente italiani che, in certi casi, si traducono in “guerre tra poveri” del tutto controproducenti . Se il rugby italiano vuole davvero progredire, è necessario che si riesca a “fare sistema”, nella realtà e non a parole.

E, per la serie, “non si può mai star tranquilli” è di due giorni fa la notizia riguardante le dimissioni di Antonio Luisi da presidente del comitato regionale del Lazio: uomo “di Gavazzi”, vicepresidente vicario in FIR nel corso del mandato precedente, Luisi, incassate le dimissioni in blocco di quattro consiglieri (due di maggioranza, due di opposizione), non ha potuto far altro che rimettere l’incarico. Lo sviluppo più probabile sarà la nomina di un commissario pro tempore, ma è sin troppo evidente come questo elemento non faccia che indebolire ulteriormente la posizione di Gavazzi stesso, attualmente spalleggiato, a livello di comitati territoriali, soltanto dalla Lombardia di Angelo Bresciani, dalla Toscana e dal vicepresidente vicario Nino Saccà.

Chiudiamo, infine, con una notarella di campo: posto che i test match autunnali sono andati com’era prevedibile, certo non può rincuorare vedere che la Scozia, storicamente la più “abbordabile” per noi tra le grandi avversarie, le ha letteralmente suonate all’Australia, facendo registrare un ulteriore progresso dal punto di vista del gioco e dell’efficacia. Se qualcosa non cambia, il Sei Nazioni 2018 (col Trofeo Garibaldi da giocare a Saint-Denis) potrebbe essere davvero il più amaro mai vissuto dagli azzurri: non vogliamo vestire i panni di Cassandra, ma far finta di niente sarebbe senz’altro colpevole. La speranza concreta è che il lavoro di O’Shea inizi davvero a pagare e, soprattutto, quanto di buono stanno facendo Zebre e Benetton possa tradursi in linfa vitale per Parisse e compagni.

 

Condividi
Viareggino di origine friulana, si occupa di teatro, sport, musica, enogastronomia. Collabora con varie testate, cartacee e web. Talvolta, pubblica libri e dischi. Tifa Udinese. Il suo cane è pazzo.