Jorginho e Insigne: gli emblemi della miopia di Ventura

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Jorginho e Insigne: titolari inamovibili e protagonisti con la maglia del Napoli, oggetti dimenticati e impolverati in Nazionale. Un contrasto stridente, per tanti mesi oggetto di ampie discussioni in conferenze stampa e sui giornali, ma che dopo la dolorosa notte di San Siro è diventato ormai evidente agli occhi di tutti, fino a trasformarsi in una pesante aggravante nel giudizio finale dell’esperienza come commissario tecnico di Gian Piero Ventura. Anche le vicende dei due fedelissimi di Sarri con la maglia azzurra sotto la direzione dell’ex Bari e Torino sono oggi l’emblema di un fallimento che tanto si temeva e che fino all’ultimo si è tentato di scacciare ed esorcizzare.

Da una parte, c’è la storia di Frello Filho Jorge Luiz, meglio conosciuto come Jorginho: brasiliano di nascita, ma con parenti di origini di Luisiana, in Veneto, un legame che gli permise di entrare ufficialmente nella lista dei selezionabili in Nazionale nell’autunno del 2012, all’età di 21 anni, quando ancora si destreggiava nel centrocampo dell’Hellas Verona. Da quel riconoscimento, il mediano ha attraversato una crescita straordinaria, fino a diventare oggi il regista del gioco di Sarri e uno dei migliori centrocampisti del nostro campionato con numeri fenomenali, più che sufficienti per conquistare un posto nella Nazionale azzurra. Conte lo aveva accontentato solo parzialmente, schierandolo in due amichevoli che, però, lasciavano l’italo-brasiliano ancora nel limbo della scelta definitiva della Nazionale per cui giocare: i verdeoro o gli azzurri.

La chiamata tanto attesa da parte di Tite e di Ventura, però, non è mai arrivata in questi anni. Almeno fino a due settimane fa, quando il ct degli Azzurri si è deciso a convocarlo per la doppia sfida contro la Svezia, in parte per le deludenti prestazioni del centrocampo azzurro e in parte grazie alla pressione esterna che da tempo chiedeva l’inserimento del classe ’91 nella rosa. Ignorato nella gara d’andata con gli scandinavi per lasciar spazio a Verratti e De Rossi, Jorginho è stato improvvisamente ripescato per la delicata sfida di San Siro, con l’arduo compito di dirigere il gioco della squadra e tentare talvolta i suoi classici passaggi in profondità. In poche ore, insomma, l’italo-brasiliano si è trasformato da oggetto inutile a membro fondamentale della compagine che avrebbe dovuto salvare la patria. Il giocatore del Napoli, nella notte in cui è diventato ufficialmente un “azzurro”, ha svolto in maniera eccellente il suo lavoro per più di un’ora, proponendosi spesso come faro del centrocampo e fornendo assist illuminanti ai compagni d’attacco. Una piacevole sorpresa che ha confermato una volta di più quanto quel talento visto finora sui campi di Serie A sia dovuto a una sua evidente maturazione e non solo ai meccanismi di gioco di un maestro della tattica come Sarri.

Dalla sfida di San Siro, però, è emersa in maniera ancora più netta la clamorosa miopia e la scarsa lungimiranza di Ventura nei confronti del ragazzo di Imbituba. Dopo ieri sera, è finalmente legittimo chiedersi come sia possibile che per quasi due anni l’ex tecnico di Bari e Torino abbia potuto lasciare in disparte un metronomo del centrocampo, capace di garantire come pochi giocatori ordine e sicurezza in mezzo al campo, mentre i vari Verratti, Gagliardini o De Rossi deludevano partita dopo partita. Ma la diffidenza del ct verso Jorginho si è vista anche sul campo, quando invece di incentivare i suoi uomini a cercare con più insistenza il giocatore del Napoli, spesso libero dalle marcature e uno dei pochi in grado di creare azioni realmente pericolose con la sua notevole intelligenza tattica, ha permesso ai vari Candreva, Darmian, Parolo o i tre difensori di avventurarsi in improbabili lanci lunghi o in prevedibili cambi di gioco. E così, con la stanchezza emersa nel finale in una partita sempre più fisica, anche una delle poche luci del gioco azzurro si è spenta, per lasciar spazio agli ultimi, deliranti venti minuti di partita giocati nel caos più completo, per la felicità della difesa svedese.

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L’altra potenziale luce che tanti tifosi speravano di vedere, invece, era Insigne. Lui, a differenza di Jorginho, è sempre stato presente nelle convocazioni di Ventura, ma quasi mai con l’intenzione di trasformarlo nell’esterno imprendibile che abbiamo conosciuto con il Napoli. Inadatto per giocare sia nel 4-2-4 sia nel 3-5-2, il ragazzo napoletano si è trovato costretto negli ultimi mesi a reinventarsi in ruoli non suoi o ad accettare di subentrare a partita in corso, con scarsi risultati in entrambi i casi. A San Siro, però, non ha avuto l’occasione né di solcare il terreno di gioco né di scaldarsi. Lo acclamavano in tanti, persino De Rossi, immortalato in diretta televisiva mentre reagiva in maniera stizzita alla richiesta dell’allenatore di andarsi a riscaldare; qualcuno sognava di vedersi riproposto l’asse con Jorginho, con i due ormai abituati a giocare a memoria a Napoli, ma Ventura ha preferito El Shaarawyi e, in maniera più sorprendente, Bernardeschi per sostituire gli esterni Darmian e Candreva. A Insigne non è rimasto che assistere dalla panchina alla disfatta e alle lacrime finali dei suoi compagni, senza possibilità, ancora una volta, di cambiare le sorti della partita e conquistarsi l’applauso di tutti gli italiani con quel pesantissimo 10 sulla schiena.

E così, mentre calava il sipario sulle speranze Mondiali degli azzurri e (probabilmente) sull’esperienza di Ventura in panchina, anche le due stelle del Napoli capolista in Serie A si sono viste trascinare a fondo nel fallimento della Nazionale: rimarrà soltanto l’amarezza di un’occasione sprecata per vederli brillare, magari assieme in campo, sui terreni di gioco della Russia nel momento migliore della loro carriera. A Jorginho e Insigne ora non rimane che tornare a Napoli, per puntare al grande sogno di un’intera tifoseria chiamato Scudetto. E per dimostrare una volta di più a Ventura (ma, soprattutto, a chi lo sostituirà) di meritare quel posto da titolari in Nazionale troppo a lungo ingiustamente negato.

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Nato a Monza nel '95, ha tre grandi passioni: Mark Knopfler, la letteratura e il calcio inglese. Sogna di diventare giornalista d'inchiesta, andando a studiare il complesso rapporto tra calcio e politica.