NFL – MSChoice: l’insospettabile vantaggio

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Mike McCarthy non è il più clamoroso degli head coach NFL. Non è tra i primi cinque che ci vengono in mente, non riempie le pagine dei giornali con dichiarazioni fuori luogo, non è divertente né idolatrato.
Però è senza dubbio il migliore dopo Bill Belichick, e chissà che in dieci anni non siamo qui a metterli sullo stesso piano.

Nato come allenatore sostanzialmente dal nulla, McCarthy approdò a Green Bay da capo allenatore nel 2006 dopo essere stato coordinatore dell’attacco a New Orleans e San Francisco. Nel 2005 non era riuscito a valorizzare Alex Smith in California, quarterback ora degli imbattuti Chiefs.
Da allora sono arrivate nove qualificazioni ai Playoff, sei corone divisionali e un trionfo al Super Bowl. Nel 2008, con soli tre anni di servizio in Wisconsin, si frappose tra Brett Favre e il suo ritorno in campo, coadiuvato dal general manager Ted Thompson; il futuro era di Aaron Rodgers. Mise nel cestino una leggenda e ne costruì un’altra, lui che era stato allenatore dei quarterback a inizio carriera. Sarà la sua mossa vincente. Un rinnovo dopo l’altro McCarthy spedisce puntualmente nell’umido le accuse dei suoi detrattori.

Tutto comincia e finisce con Rodgers: non gli è voluto molto per capire a cosa si trovava di fronte, ma soprattutto come andava gestito. I primi anni di panchina dietro Favre Rodgers non li ha amati, li ha tollerati solo per avere carta bianca una volta in campo. Da questa posizione di sovrano il 12 non si vuole muovere, ed è ciò che gli consente di essere decisivo come è stato spesso in carriera. Per vincere due o tre Super Bowl, McCarthy sa che a un certo punto può sedersi e guardare il suo fenomeno inanellare passaggi completi.
Dimostrazione domenica a Dallas, e un’altra ventina di volte negli ultimi cinque anni.

Intanto sulla sideline, di volta in volta, il coaching staff cerca di mettere una pezza ai milioni di problemi della squadra: la lista di infortuni in difesa, la linea offensiva che è un colabrodo, una NFC North che vede i Detroit Lions e i Minnesota Vikings cercare di salire alla ribalta in modo decisivo.
Come domenica scorsa, fuori casa contro i Cowboys che hanno un playmaker in tutte le posizioni dell’attacco, una linea offensiva di buon livello e almeno due o tre difensori ottimi (David Irving, DeMarcus Lawrence a esempio). 21-6 sotto dopo un quarto e mezzo.
Per allora, però, McCarthy aveva già teso la trappola: far correre i suoi sempre sul lato forte, per far sbilanciare la difesa di casa da quella parte. Poco importa se per grosse fasi della contesa Rodgers ha dovuto assorbire un sack più del dovuto, la squadra era comunque in grado di recuperare, perché sapeva esattamente quale difesa stava affrontando.
E allora Aaron Jones, sconosciuto rookie da quinto giro, metteva su 125 yard su corsa, e lo stesso Rodgers poteva scatenarsi nel quarto quarto come fa spesso.

Il crescendo divino del numero 12, facilitato ma poi lasciato creare da McCarthy, che dalla sideline sorrideva al suo ennesimo capolavoro. Un capolavoro di opportunità, di lealtà e trasparenza, di fiducia infusa in una rosa che contro quell’avversario avrebbe dovuto essere arrendevole.
I Green Bay Packers, invece, sono come il loro head coach: non si arrendono. A 4-1 guardano tutti dall’alto in NFC, ma sapranno uscire dalle luci della ribalta e faranno come il loro allenatore, prenderanno decisioni importanti, poi lasceranno Aaron Rodgers si prenda tutti i microfoni.
Per ora ha funzionato.

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È convinto la vita sia una brutta imitazione di una bella partita di football. Telecronista, editorialista, allenatore. Vive di passioni quindi probabilmente morirà in miseria. Gioca a golf con pessimi risultati; ma d'altra parte, chi può affermare il contrario?