Il sogno europeo è morto

Copyright Pietro Luigi Borgia – MondoSportivo

 

C’era un tempo in cui la Coppa dei Campioni aveva una sola squadra per nazione, e tutto era a eliminazione diretta. A vincere, a volte erano anche squadre come Celtic, Nottingham Forest, Steaua Bucarest, e a giocarsela arrivavano anche Partizan Belgrado e Malmö. Un tempo in cui l’Europa era divisa a metà, ma lo sport a volte riusciva a far breccia ai due lati della cortina.

Era anche il tempo in cui l’intuito era stato quello di mettere in comune, di diventare interdipendenti: se hai bisogno del tuo vicino, non gli fai la guerra; se fai squadra, cerchi una via diversa per la prosperità (culturale e materiale). Nello scenario postbellico, nascevano i primi embrioni di una unione europea, ai tempi limitata al carbone e all’acciaio (CECA) e poi anche all’energia atomica (Euratom). Non più guerra tra di noi: c’è chi ce l’ha fatta e chi no (penso alla ex Iugoslavia).

Sono passate due generazioni, il mondo è cambiato. Non che non si vedesse: di segnali premonitori ne avevamo avuti eccome, ma ci era piaciuto pensare fossero solo incidenti di percorso in un sogno destinato a superarli. Come gli incidenti tragici in cui hanno perso la vita fior di campioni di Formula 1, come lo svedese Ronnie Peterson a Monza, nel 1978: carambola, incendio, sfortuna (e forse imperizia medica). Il talento è nulla, senza fortuna.

Mi piacerebbe che, almeno in parte, potesse essere ancora così.

Perché talento e fortuna oggi restano sottomessi a un terzo valore: il mercato, che pare avere cannibalizzato ogni aspetto della nostra vita. Resto in Formula 1: anche oggi abbiamo in griglia uno svedese, Marcus Ericsson; ma sarebbe al via, se non portasse in dote sponsor per 15 milioni? Segno premonitore: a cavallo del 2000, la Minardi è stata una delle scuderie più squattrinate ma innovative; cosa avrebbe combinato, avesse avuto qualche spicciolo in più per dei motori decenti?

La crisi (la più grande e lunga dal dopoguerra) è stata notata nel 2008, ma le sue basi (anche morali) c’erano già da tempo. E oggi la crisi è il nostro nuovo scenario bellico. Nato dall’economia, e sfociato nell’assenza di pragmaticità e di prospettive. Si dice che sui figli non debbano ricadere le colpe dei padri: vale per i regimi politici, vale per le persone, vale anche per le squadre di calcio (penso che i tifosi del nuovo Parma siano d’accordo); curioso che a dirlo siano paesi in cui è perfettamente normale che sulle nuove generazioni ricadano i meriti dei genitori.

L’euro, la statistica che più circola nei mesi di calciomercato, da strumento di integrazione si è trasformato nella disintegrazione sociale. È diventato misura di tutte le cose, per buttarla in grecità. Così, il sogno europeo si è trasformato in un incubo in cui i bagordi di nonni e padri devono venire “riscattati” da figli senza felicità. Il modello sociale è imploso, schiacciato dalla misurabilità: la vita è un problema da ragionieri. Si deve: rientrare da un debito enorme, accettare vessazioni, e a guardare in Rete sembra che ognuno di noi “debba” persino giudicare gli altri. È un modello che non funziona.

Qual è l’antidoto? Si dovrebbe guardare a ciò che potrebbe (ri)unirci, come una fede (religiosa, sportiva) da cui ripartire come tavolo comune per ridiscutere l’identità (della UE, del nostro modello sociale). Calciopoli precede di due anni la crisi, eppure stiamo ancora a rivangare. Si dovrebbe provare a guardare avanti: non solo al domani, ma ai decenni. In modo pragmatico: sembra assurdo, ma per essere pragmatici occorre anche sapere e potere sognare. Limitarsi alla realtà significa essere cinici.

Ma è difficile provare a sognare, cioè immaginare un mondo possibile (in cui il Partizan torni in finale di Champions e stavolta vinca, per dire), quando la vita si va riducendo a contabilità. Peggio ancora quando il processo sembra irreversibile: se nel 1980 c’era già il calcioscommesse, oggi l’abbiamo istituzionalizzato. Non solo in Italia: quando penso alla FIFA, mi chiedo se il calcio sia ancora un’arte (in senso lato) o soltanto vil denaro.

E vedo che, tra una bugia e un fraintendimento, ci siamo ritrovati completamente soli, a guardare le solite squadre giocare le solite partite. Senza mai sapere se siano vere o “aggiustate” (le prime hanno valore, le seconde solo costi quantificabili). E se una cosa non è misurabile, allora non esiste. È stato più grande Maradona o Pelé? Come si misura una classifica del genere? Semplicemente, il più grande dovrebbe essere stato quello che ci ha fatto sognare di più.

Quindi può chiudere la Grecia, può chiudere il Panathinaikos (per il quale, da cestofilo convinto, ho sempre simpatizzato), può chiudere tutto. Ma, prima ancora che materiale, è la bancarotta morale di tutti quelli che come me ci hanno creduto.

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Cofondatore e vicedirettore, editorialista, nozionista, italianista, esperantista, europeista, relativista, intimista, illuminista, neolaburista, antirazzista, salutista – e, se volete, allungate voi la lista.