Piccola Storia della Tattica: gli squadroni del dopoguerra, l’Ungheria e il Brasile (V parte)

Mentre in Italia si diffondeva e si perfezionava l’arte del “catenaccio e contropiede”, in campo internazionale, nel dopoguerra, si videro importanti varianti tattiche innestate sullo schema classico del “Metodo WM” e si affermarono raffinate scuole calcistiche. Mentre gli schemi tattici stavano entrando definitivamente nell’età adulta, alcuni grandi giocatori diedero un personale valore aggiunto alle alchimie strategiche.

Una generazione di calciatori eccezionalmente talentuosi sbocciò sulle sponde danubiane ungheresi. L’ “Aranycsapat” – ovvero “la squadra d’oro” – fu protagonista assoluta dei primi anni ’50. L’allenatore Gustav Sebes cambiò la disposizione a “WM” del Metodo in un “MM” che prevedeva dietro gli attaccanti esterni un centravanti di manovra, con funzioni di regista offensivo. Con questo ruolo divenne celebre Hidegkuti, accanto al quale giocavano Kocsis, attaccante dotato di grandi doti acrobatiche e poderoso nel gioco aereo (“Dicono che Kocsis sia stato la migliore testa d’Europa dopo Churchill”, scrisse Eduardo Galeano), l’ala dal dribbling facile Czibor e il millimetrico regista Bozsik. Su tutti, il capitano Ferenc Puskas, fuoriclasse dotato di classe, carisma, precisione e potenza, implacabile realizzatore. Su di lui, una leggenda racconta che durante un allenamento, per scommessa, colpì da fuori area 18 volte su 20 la traversa. Un tale ensamble di campioni, poteva permettersi di sostenere un modulo spregiudicato, che faceva a meno del libero e poteva rivelarsi sbilanciato.

Aranycsapat- Impressionante il tracciato storico delle partite disputate in quegli anni da Puskas e compagni: tra il 1950 ed il 1954, l’Ungheria non perse mai un incontro. In quegli anni vinse da protagonista le Olimpiadi del ’52 a Helsinky, sconfisse per 3 – 0 i “catenacciari” italiani nella partita inaugurale dello stadio olimpico a Roma e soprattutto, poco prima dei Mondiali in Germania, umiliò l’Inghilterra – ancora considerata maestra di football – con un sontuoso 6 – 3 a Wembley, ribadito nella rivincita di Budapest da un mortificante 7 – 1.

Durante la competizione mondiale, l’Ungheria vinse 8 – 3 con la Germania Ovest nei turni preliminari e rifilò un doppio 4 – 2 ai maestri sudamericani di Brasile e Uruguay, prima di cedere alla stessa Germania Ovest in finale, perdendo incredibilmente per 3 – 2, malgrado un vantaggio iniziale di due gol. Dopo quella sconfitta, che oggi viene raccontata come una caduta degli dei, la squadra, orgoglio del governo comunista dell’epoca, venne contestata per diversi giorni per le strade di Budapest, mescolandosi il malcontento per la sconfitta con la protesta contro il regime di cui era stata la bandiera internazionale (il dittatore Rakosi più volte aveva ripetuto che “i calciatori devono sempre impegnarsi per segnare un gol contro l’imperialismo”). Il ciclo dell’ “Aranycsapat” e i sogni di rivincita si interruppero definitivamente dopo l’invasione russa del ’56, quando molti giocatori si rifugiarono all’estero, andando anche incontro a squalifiche internazionali. Nella sua autobiografia, il tecnico Sebes – duramente contestato perché compromesso con il regime – si disse convinto che “se avessimo vinto due anni fa, non ci sarebbe stata alcuna rivoluzione”.

Ma per vedere una nuova squadra stellare coniugare campioni e novità tattiche, non bisognò aspettare troppo. Nel 1958, ai mondiali di Svezia, il pubblico ammirò in campo una nuova covata di campioni, questa volta provenienti da un paese ricco di talenti ma finora estromesso dai palmares internazionali, il Brasile. Il sogno di conquistare un mondiale, sembrava vietato ai giocatori brasiliani, che partivano sempre favoriti per poi ritrovarsi a raccogliere i resti di sconfortanti sconfitte. Nei mondiali del 1950 s’era consumato “il disastro del Maracanà”, la “Waterloo dei Tropici”, quando davanti al proprio pubblico già in spasmodica attesa della festa, il Brasile, in vantaggio di un gol e con due risultati su tre a disposizione, aveva subito un’ incredibile sconfitta in rimonta dall’Uruguay.

Ma a differenza di quanto avvenne per l’Ungheria, per il Brasile ci fu occasione di rivincita. Per capovolgere la situazione, fu decisiva la mano di un tecnico. Vicente Feola, oriundo calabrese detto “il grassone”, che azzardò una disposizione tattica su tre linee, disegnando un 4 – 2 – 4 a immagine e somiglianza delle doti offensive dei campioni assoluti di cui disponeva: i terzini d’arrembaggio Nilton Santos e Djalma Santos, l’immarcabile ala Garrincha, il centrocampista Didì, l’attaccante Vavà e il giovane fenomeno Pelè. A bilanciare il modulo, nelle fasi difensive, ci pensava Zagalo, ala tattica disposta ad arretrare in caso di necessità, per un più protetto 4 -3 -3. Nella finale del ‘58 il Brasile si impose con un lampante 5 – 2 ai padroni di casa della Svezia (che pure era una squadra temibile, in cui giocava un’altra generazione di campioni come Liedholm, Gren e Skoglund).
pele_rovesciataRicca di immenso talento, talmente strabordante da far ammettere a Feola di poter schierare due squadre di ugual valore, la squadra brasiliana, rappresentata nella continuità da Pelè, vinse poi anche i successivi mondiali del 1962 in Cile contro la Cecoslovacchia, che era arrivata in finale trascinata da Masopust, e quelli giocati in Messico nel 1970, contro l’Italia dei nostri fuoriclasse Riva, Rivera e Sandro Mazzola. Con il terzo titolo, il Brasile si aggiudicò la Coppa Rimet, che da allora divenne Coppa del Mondo. E il fútbol bailado dei brasiliani, capace di incrociare linee di tattica e linee di samba, divenne il più titolato del globo.

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Nasce nel 1972 a Roma, dove vive, lavora e tifa Fiorentina. Come Eduardo Galeano, ritiene che per spiegare a un bambino cosa sia la felicità, il miglior modo sia dargli un pallone per farlo giocare. Email: pchichierchia@mondosportivo.it