Piccola Storia della Tattica: la nascita del catenaccio, il Vianema e Nereo Rocco, l’Inter di Foni e di Herrera (IV parte)

Oltre al Sistema, di cui abbiamo parlato nella puntata precedente, un’ altra novità tattica, destinata a segnare il calcio mondiale e soprattutto quello italiano, si stava facendo lentamente strada. Per la verità, già ai Mondiali del ’38 s’era vista un’anticipazione. Il tecnico della Svizzera, Karl Rappan, aveva modificato lo schema del Metodo, arretrando un terzino dietro la linea difensiva a tre e avanzando il centromediano. Così facendo, si accentuavano le caratteristiche di copertura dell’ultimo difensore e si apriva la strada all’introduzione del “libero”.
Questo schema, definito “verrou” – ovvero “catenaccio” – portò la modesta rappresentativa elvetica a buoni risultati nel torneo, rendendola protagonista di un clamoroso successo per 4 -2 ai danni della Germania hitleriana,che dopo l’annessione era stata rinforzata dai giocatori austriaci.

Ma l’introduzione sistematica del ruolo di libero si ha con Gipo Viani, ex giocatore del Milan e poi allenatore della Salernitana. Vista la necessità di contrastare lo strapotere delle ricche squadre del nord, in grado di ingaggiare i migliori campioni mondiali, Viani si rese conto che ancora una volta l’unico rimedio per consentire ad una piccola società di strappare qualche punto in più, era inventare uno stratagemma tattico.
Così Viani decise di schierare con la maglia numero 9 un mediano, Piccinini (padre dell’attuale commentatore sportivo Mediaset). Al fischio d’inizio, Piccinini s’incaricava di arretrare in marcatura sul centravanti avversario, liberando il centrale difensivo Buzzegoli dai compiti di marcatura e consentendogli perciò di schierarsi come ultimo battitore difensivo. Il Sistema di Viani, divenne celebre come “Vianema”. Al giornalista Gianni Brera si deve la definizione di “libero” per questo ruolo. Secondo Brera, mentre i popoli nordici potevano permettersi di sprecare surplus di vitamine attaccando vigorosamente a ranghi spiegati, per gli italiani, provati dagli stenti del dopoguerra, questa tattica furba e attendista si prestava ad esaltare la nostra arte di arrangiarsi. Questo primo catenaccio poteva essere inquadrato come un 1 – 3 – 3 – 3, dove l’ “1” designa il libero.

Contemporaneamente anche Nereo Rocco adottò questo espediente nella Triestina (e anni dopo, con grandi successi, al Milan), raggiungendo un sorprendente secondo posto in classifica. Non altrettanto però si poteva dire del riscontro sul pubblico, che deprecava questa filosofia antispettacolare e fischiava sonoramente. Raccontava Rocco che dopo una partita a San Siro, in cui i tifosi nerazzurri lo avevano coperto di fischi e sputi, il presidente Angelo Moratti, per scusarsi, gli regalò un nuovo impermeabile.

Eppure, fu proprio l’Inter la prima squadra a vincere, adottando il catenaccio. Il tecnico Foni, ex campione del mondo e proveniente dalla scuola svizzera, dove aveva avuto modo di conoscere le strategie di Rappan, si aggiudicò gli scudetti del 1953 e 1954 schierando il terzino Blason come libero, supplendo con l’arretramento di una “finta” ala che in realtà agiva da tornante, Gino Armano. Sistemata la difesa, al resto avrebbero pensato i formidabili attaccanti, Skoglund, Lorenzi e Nyers. Malgrado i successi, tuttavia, spesso il pubblico avversario non gradiva l’eccessivo tatticismo e Foni giunse a prendere i fischi anche dai propri tifosi.

Rocco-HerreraFu un altro grande allenatore interista degli anni ’60, Helenio Herrera, a portare l’idea di “catenaccio e contropiede” ai massimi traguardi. Grazie ad una intensa e rivoluzionaria preparazione atletica e al perfezionamento dei meccanismi difensivi, l’Inter vinse tutto: tre scudetti, due Coppa Campioni e due Coppe Intercontinentali diventando la prima italiana di club ad assumere una dimensione planetaria, e consolidandosi contemporaneamente come simbolo del gioco “all’italiana”. Il risultato più frequente, nelle battaglie tattiche dell’Inter del “Mago” Herrera era un impietoso 1 – 0.
Tra le invenzioni di Herrera, c’è il ruolo assegnato a Giacinto Facchetti, che fu tra i primi terzini fluidificanti, mentre Burgnich si preoccupava della marcatura. Il libero era Armando Picchi, mentre Suarez si incaricava della regia, affidandosi ai lanci lunghi per Corso, Mazzola e Jair. Restano memorabili alcuni “Derby ‘Europa” contro il Real Madrid di Di Stefano, Gento e Puskas, come la finale di Coppa dei Campioni, giocata e vinta al Prater di Vienna nel 1964.

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Nasce nel 1972 a Roma, dove vive, lavora e tifa Fiorentina. Come Eduardo Galeano, ritiene che per spiegare a un bambino cosa sia la felicità, il miglior modo sia dargli un pallone per farlo giocare. Email: pchichierchia@mondosportivo.it