Piccola Storia della Tattica: gli anni ’30, l’Europa e il Metodo. Allenatori e Campioni (II parte)

In Europa il calcio si diffonde con uno spirito diverso dalle origini inglesi. Per poter raggiungere il livello agonistico dei maestri britannici, le principali scuole continentali puntano sullo sviluppo della tattica, piuttosto che sull’esaltazione delle prestazioni atletiche. Due sono in particolare gli allenatori che incidono sull’evoluzione strategica del gioco: l’austriaco Hugo Meisl, principale rappresentante della cosiddetta “scuola danubiana”, e l’italiano Vittorio Pozzo. I due, che sono amici e in contatto tra loro, affinano reciprocamente le novità introdotte.

In particolare, a Meisl si devono delle modifiche sostanziali all’idea tattica della Piramide di Cambridge: introducendo alcuni accorgimenti, Meisl trasforma la disposizione tattica dell’Austria dal 2 – 3 – 5 ad un 2 – 3 – 2 – 3 più armonico, graficamente rappresentabile come WW. Questa variante che caratterizzerà il calcio europeo gli anni tra le due guerre, prende il nome di “Metodo”. In pratica, dalla linea di attacco arretrano due giocatori, andando a rinforzare la linea mediana. I mediani laterali si ritrovano così a controllare le ali avversarie, mentre assume un’importanza fondamentale l’uomo al centro della linea difensiva, che prenderà il nome di “centromediano metodista”. E’ il giocatore cardine dell’impostazione, con il compito di fermare le incursioni avversarie ma anche di proporre lanci per i propri attaccanti. Altra novità importante del Metodo è l’introduzione della marcatura diretta dell’avversario. Uno dei due terzini, detto “di volata”, assumerà direttamente il controllo del centravanti opposto.

Il Metodo " WW "
Il Metodo ” WW “

Grazie a questa strategia, la sinfonica Austria di Meisl raggiungerà, da protagonista la semifinale dei Mondiali italiani del ’34 e insegnerà calcio in Europa, acquistando la fama di “Wunderteam”. La squadra di Meisl, nella fase d’attacco, tornava ai cinque schierati in linea, contando poi sui rapidi ripiegamenti dei due mediani. La successiva scomparsa di Meisl, nel ’37, segnò la fine della squadra prodigio.

Il nome più rappresentativo del Wunderteam fu quello del centravanti Mathias Sindelar, detto “Cartavelina” per la facilità con cui sgusciava nelle retroguardie avversarie. Non particolarmente robusto, ma dotato di classe e agilità, interpretava il ruolo di centravanti di manovra, dispensando assist ai propri compagni e distinguendosi come realizzatore. Ma neanche il calcio restò immune alle tragedie dell’epoca storica. Quando l’Austria venne annessa alla Germania, Sindelar, di origine ebraica, pagò il proprio diniego a giocare nella Germania hitleriana e il rifiuto di salutare con il braccio teso i gerarchi nazisti, nella partita che sanciva la fusione fra le due nazionali. Morì suicida insieme alla moglie nel ’39, ma le indagini sul suo caso furono frttolosamente concluse.

Il Metodo fu anche il sistema tattico adottato dall’Italia guidata da Vittorio Pozzo, due volte campione del mondo, nel ’34 in Italia e nel ’38 in Francia. Rispetto al collega austriaco Meisl, Pozzo manifesta una propensione verso la concretezza e punta molto sulla capacità di colpire d’opportunismo le squadre avversarie, infilandole in contropiede con improvvise ripartenze. Fu proprio in questo modo che l’Italia sconfisse il Wunderteam austriaco nella citata semifinale del ’34.
Perno della squadra del ’34 fu un centromediano metodista di talento: Luisito Monti, un oriundo già finalista nel mondiale del ’30 con la maglia dell’Argentina e leader nella Juventus vincitrice di quattro scudetti dal 1932 al 1935.
Nel ’38, l’Italia di Pozzo accentuò un’interpretazione più difensiva del Metodo, sfruttando le grandi doti nel ribaltare l’azione delle mezzali Ferrari e Meazza. In quest’occasione, la principale vittima degli azzurri, in una storica semifinale giocata nel clima ostile di Marsiglia, fu il favoritissimo Brasile del capocannoniere del torneo Leonidas e di Domingos da Guia. Come avvenne poi anche in Spagna nell’ ’82, la combattività e la sagacia tattica italiana la spuntarono sulla tecnica e sulla presunzione dei brasiliani. Finì 2 – 1. Protagonista dell’incontro fu Giuseppe Meazza, capace di trasformare un rigore, malgrado durante la rincorsa gli si fosse rotto l’elastico dei pantaloncini che gli cadevano mentre calciava.

Nel campionato italiano, al ciclo della Juventus subentra quello del Bologna. Gli affinamenti del Metodo praticati dall’allenatore Arpad Weisz furono alla base dei tre scudetti vinti da quella formazione, rimasta celebre come “lo squadrone che tremare il mondo fa”, grazie anche ad una vittoria storica contro il Chelsea (4 – 1), la prima in un torneo ufficiale di una squadra italiana contro una inglese.
Anche stavolta, come fu per l’austriaco Sindelar, la Storia intervenne drammaticamente: Arpad Weisz, ebreo (già diversi anni prima aveva cambiato il proprio nome in Veisz), fu colpito dalle leggi razziali promulgate dal governo e si vide costretto a lasciare l’Italia. Rifugiatosi dapprima in Olanda, dove pure allenò con discreto successo, fu poi deportato insieme alla famiglia, ad Auschwicz, dove morì.

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Nasce nel 1972 a Roma, dove vive, lavora e tifa Fiorentina. Come Eduardo Galeano, ritiene che per spiegare a un bambino cosa sia la felicità, il miglior modo sia dargli un pallone per farlo giocare. Email: pchichierchia@mondosportivo.it