Piccola Storia della Tattica: L’alba del calcio, dal ‘kick and run’ alla Piramide di Cambridge (I parte)

Il termine “football” compare per la prima volta in Inghilterra, in un editto che ne vieta la pratica agli abitanti di Halifax, per le risse che ne scaturivano. Nella sua moderna concezione, il gioco del calcio nasce nei college inglesi a meta dell’Ottocento, quando le pratiche sportive entrano stabilmente nell’educazione accademica degli studenti borghesi. Inizialmente non vi erano regole uniformi, ogni college proponeva le proprie, spesso anche molto dissimili tra loro, come per esempio accadeva a Rugby, dove l’evoluzione del genere s’indirizzò verso l’omonimo sport. In alcuni casi, non era consentito tirare con le mani, ma il giocatore poteva tranquillamente aggiustarsi il pallone tra i piedi.

Convenzionalmente possiamo stabilire una data di nascita del calcio moderno: il 26 ottobre del 1863, alla Free Mason’s Tavern (la taverna dei Liberi Muratori) in Great Queen Street a Londra, i rappresentanti di 12 club si riuniscono e danno vita alla Football Association. Attraverso un patto tra gentiluomini, viene deciso di accettare le regole fino ad allora adottate nel college di Cambridge. Il numero dei giocatori viene stabilito in undici, quanti erano i componenti di una camerata (10 studenti ed un precettore). Solo ad un giocatore, il goalkeeper, viene concesso di toccare la palla con le mani.
Era un regolamento essenziale e scarno ma fin dagli inizi presentava una regola fondamentale per il calcio, il fuorigioco. Nella sua prima versione, erano tre gli avversari che necessariamente dovevano trovarsi tra la porta e il pallone durante l’azione offensiva. Si tratta di una regola molto indicativa della filosofia che pervade il football: il nascente sport infatti è espressione di una società dominata da uno spirito colonialista, incline a giocare d’attacco piuttosto che a difendersi ma, contemporaneamente, decisa a preservare la nobiltà comportamentale dei propri interpreti; la regola del fuorigioco rispecchia l’intento etico di evitare che gli avversari fossero presi alle spalle.

L’organizzazione tattica è quasi assente, domina l’aspetto atletico. I singoli giocatori si lanciano all’attacco fino all’esaurimento fisico ed il gioco è caratterizzato da una sequela di virtuosismi individuali, un “dribbling game” a cui è estranea la collaborazione tra i compagni di squadra. In questa concezione primordiale, lo schema adottato dalle squadre è funzionale all’idea di “kick and run” e può riassumersi, con termini moderni, in un 1 – 1 – 8. Due difensori, il più arretrato dei quali è detto “goalcover”, tentano di interrompere le azioni avversarie e lanciare gli “assalitori”, come inizialmente venivano chiamati gli attaccanti, secondo una terminologia anch’essa ispirata dalla predisposizione offensiva.kickandrun
Dall’Inghilterra, ben presto il football si diffuse all’interno del Regno Unito in Irlanda, Galles e Scozia. Proprio in Scozia nasce la prima variante tattica: raddoppiando i giocatori arretrati, viene proposto un più protetto 2 – 2 – 6, che consente agli scozzesi di misurarsi con i maestri metropolitani inglesi.
Il 30 novembre 1872, le rappresentative di Inghilterra e Scozia si affrontano a Glasgow nel primo match internazionale della storia. Il risultato finale è un tondo 0 – 0, ben differente da quanto ci si potrebbe aspettare da due formazioni così infarcite di attaccanti.2-2-6

Negli anni ’80 dell’Ottocento, compare la prima fondamentale variante tattica, proveniente ancora dagli ambienti universitari di Cambridge, dove lo studio dei meccanismi di perfezionamento del calcio genera un nuovo schema che risulterà decisivo per l’evoluzione concettuale verso l’idea di un “passing game” che assecondi la mutua collaborazione dei giocatori in campo e anticipi una concezione strategica del rettangolo di gioco. I calciatori si dispongono su tre linee, 5 “forwards”, 3 “half-backs” e 2 “backs” (in italiano, i giocatori sulla linea mediana, prenderanno il nome di “mediani”, mentre quelli sulla linea difensiva, la terza, prenderanno nome di “terzini”). Dalla rappresentazione grafica di questo 2 – 3 – 5, nacque il nome di “Piramide di Cambridge”, per designare uno schema al quale però rimaneva ancora estraneo il concetto di marcatura, potendosi piuttosto definire una zona ante litteram. Piramide di cambridge
All’adozione della piramide di Cambridge si devono i successi del Blackburn Rovers, che dal 1884 fino a fine secolo, ottenne cinque trionfi nella Coppa d’Inghilterra, rappresentando un esempio per tutte le squadre.
All’alba del secolo XX, insieme alle merci inglesi anche football viaggia lungo le rotte commerciali britanniche e sbarca nei porti, in appassionanti partite tra i marinai. Il successo del gioco è immediato e popolare, grazie anche alla semplicità delle regole e all’essenzialità dell’attrezzatura.
In Italia, la prima società calcistica è il Genoa, che, favorita dai maggiori contatti con gli inglesi, sarà la prima squadra a far propria la piramide di Cambridge, vincendo sei scudetti negli anni dei primi campionati storici.
In Sudamerica, la piramide sarà la disposizione favorita negli anni Venti e Trenta dall’Argentina ma soprattutto dall’Uruguay. Quando la squadra di Montevideo, rappresentante di una nazione poco conosciuta, sbarcò in Europa per le Olimpiadi del ’24 a Parigi, intorno a questi giocatori considerati esotici c’era curiosità e scetticismo. L’esordio, con un sonoro 7 – 0 rifilato alla Jugoslavia, fu a dir poco clamoroso. A differenza degli anglosassoni, i palleggiatori dell’Uruguay non attaccavano con lunghi lanci a supportare il furore agonistico, ma scendevano scambiandosi il pallone, triangolando o – come si diceva “a parete”. Il capitano Nasazzi (“non lo passavano nemmeno i raggi X”, scrisse di lui Eduardo Galeano) e i suoi compagni Andrade (la “Maravilla Negra”, ex calzolaio, venditore di giornali e suonatore di violino, divenne il primo campione di colore ad incantare l’Europa), il potente Petrone, Cea e Scarone si guadagnarono a Parigi il titolo di maestri e la conferma dell’oro olimpico ottenuta ad Amsterdam nel ’28 fu il preludio alla vittoria contro l’Argentina nella finale del primo storico mondiale, giocato proprio in Uruguay nel 1930.

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Nasce nel 1972 a Roma, dove vive, lavora e tifa Fiorentina. Come Eduardo Galeano, ritiene che per spiegare a un bambino cosa sia la felicità, il miglior modo sia dargli un pallone per farlo giocare. Email: pchichierchia@mondosportivo.it