Esclusiva Mp – Moreno Ferrario e il calcio italiano: “Perché invece di piangerci addosso non impariamo dagli stranieri?”

“Sono fuori dai giri e non devo decidere nulla. Però qualche anno a grandi livelli l’ho fatto e quindi penso di poter esprimere il mio parere”. Eccome se può, Moreno Ferrario. Oltre trecento presenze con la maglia del Napoli (il terzo di sempre nella graduatoria azzurra) ed uno scudetto vinto in compagnia di Diego Armando Maradona: quante altre persone avrebbero il diritto di chiacchierare di calcio se questo fosse negato all’ex difensore nato nel 59 a Lainate? E la conversazione, inoltre, è stata davvero piacevole, costruttiva e vera.

Moreno, oggi è giornata di Europa League: le nostre squadre sono attrezzate per arrivare fino in fondo?

Certo che lo sono, basta solo che affrontino la competizione con una mentalità nuova. Da troppi anni si dice che sostenere il doppio o il triplo impegno è impossibile; io mi chiedo: “Ma gli stranieri sono alieni?”. Le formazioni spagnole, tedesche e inglese se la giocano sempre su tutti i fronti, senza mai risparmiarsi e senza accampare scuse. I protagonisti del calcio italiano odierno, invece, ragionano come se questo sport fosse stato inventato nell’ultimo decennio. Ai miei tempi non è che esisteva solo il campionato, anzi, eppure in Europa ci facevamo rispettare. Se non fosse stato per il Milan, e in qualche occasione anche la Juventus, oltre le nostre mura non ci sarebbe traccia del calcio italiano.

Ritiene che il suo Napoli, se accompagnato dalla mentalità di cui discutevamo, sia una squadra competitiva su qualsiasi fronte?

Le squadre italiane sono sempre competitive, almeno sulla carta. Il problema è un altro: perché il tecnico azzurro invece di motivare ulteriormente la propria squadra ricorda sempre che hanno dieci punti in più dell’anno scorso? Ragazzi, stiamo parlando del Napoli, ossia di una delle società più importanti in Europa. Quando giocavo io non avevamo ancora vinto nulla e magari tale prudenza poteva starci, poi però è arrivato Diego e le cose sono cambiate. Il Napoli non è il Pizzighettone, ha il “dovere” di puntare al massimo ovunque e di non avere rimpianti a fine stagione. Ricordo che in Champions si fece passare la qualificazione per un miracolo, però nessuno azzardò che anche il Manchester City era al primo anno nella massima competizione.

Le diverse potenzialità economiche dei due club, evidentemente, pesarono nel giudizio…

I soldi non vanno in campo, spesso ce ne dimentichiamo. Allo stesso modo non pensiamo a quanto sarebbe bello alzare un trofeo sullo scenario internazionale, perché chi non va in Champions League si sente sempre sconfitto. Da ciò cosa ne devo dedurre? Che si guarda troppo al denaro che si ricava da una competizione o dall’altra. Ritornando al Napoli, mi pongo un nuovo interrogativo: “Come fa una formazione che possiede il calciatore che tutti vorrebbero (la situazione mi ricorda, ovviamente con le dovute proporzioni, ciò che vivemmo noi con Maradona), a non aspirare al massimo?”. Se poi ci si vuole accontentare solo di una Coppa Italia, allora va bene così.

Non vede qualche eccezione a questo modo di pensare tutto italiano?

La Lazio. E sa perché? Perché ha un allenatore straniero. Nel resto del mondo sono stati furbi: hanno imparato da noi come si difende e come si sta in campo, hanno integrato il tutto con la loro mentalità propositiva ed ora ci stanno avanti anni luce. Quando le spagnole o le tedesce venivano ad affrontare le italiane avevano spesso la peggio perché la differenza tattica era ancora netta; adesso che hanno colmato questo gap, siamo noi a dover inseguire. Il problema è che non vogliamo copiare (in senso buono) da nessuno e ce ne restiamo quindi dentro i nostri difetti. Ha mai seguito una conferenza di Petkovic? Sprona sempre la squadra a giocare per vincere e non trova mai degli alibi. Eppure è forse l’unico tecnico di una grande squadra che potrebbe farlo, visto che gli mancano i ricambi.

Fronte giovani: quali deficenze vede?

Le stesse di sempre, ossia la mancanza di fiducia nei confronti dei nostri ragazzi.

Però qualche miglioramento c’è stato negli ultimi tempi…

Non sono d’accordo: è solo un modo di dire. Nella Juventus, nell’Inter e nel Napoli giocano sempre gli stessi, mentre il Milan ha dei giovani che però sono già calciatori affermati. Le cito l’esempio di Benassi: Stramaccioni lo ha schierato in due partite poco rilevanti, in cui comunque il ragazzo ha fatto bene, ed ora che il risultato pesa di più lo lascia fuori perché teme che possa brusciarsi. Ma in realtà ci si brucia solo a restare in panchina! Negli altri posti, e non parlo per esterofilia o chissà cosa, se un 95 è bravo scende in campo a prescindere dal fatto che la partita sia una finale o un match insignificante.

Forse l’unica società che si differenzia è la Roma…

Sì, la Roma è un’altra cosa. Ci sono però state troppe vicissitudini sul fronte tecnico, in particolar modo l’anno scorso. Luis Enrique ha valorizzato i ragazzi della rosa, ha assolto in pieno a ciò che la società gli aveva chiesto. Io lo avrei tenuto, ma la piazza vuole vincere e per vincere ci vuole qualcosa di diverso. In ogni caso credo che se gli americani avranno la forza di resistere per tre o quattro anni, si ritroveranno in mano una delle squadre più forti al mondo. L’inconveniente è uno solo: i giovani della Roma, Florenzi a parte, sono tutti stranieri e non perché il club non ha voglia di puntare sui nostri, anzi, ma semplicemente per il fatto che i nostri non sono pronti. Se nessuno li abitua a giocare… Poi magari succede che i vari Lamela e compagnia bella si rendono conto di quanto sia difficile vivere il calcio italiano e approdano all’estero. Lì, in men che non si dica, diventano campioni.

Lei conosce bene il territorio campano: perché i vari Lodi, Di Natale e Montella per diventare calciatori hanno avuto bisogno di “emigrare” al Nord? Lo stesso Napoli, ad esempio, non ha un grande settore giovanile da tempo…

Partiamo da un presupposto: se io dovessi scegliere un ragazzo per la mia società, andrei al Sud. Laggiù c’è ancora fame e voglia di esplodere, cose che forse al Nord si sono un po’ perdute. Se ci fate caso, i settori giovanili delle squadre liguri o piemontesi sono formate per la maggior parte da meridionali. Al Sud scarseggiano le strutture e, soprattutto, i club:tolto il Napoli, che non può prenderli tutti, c’è davvero poca roba.

Fino allo scorso gennaio lei è stato osservatore del Novara: cosa fa adesso?

Non lavoro per nessuno ma, per conto mio, giro l’Italia per seguire il calcio, in particolare quello giovanile. Ultimamente sono stato a Viareggio. Per la mia esperienza, posso benissimo affermare che i ragazzi di oggi sono condizionati in negativo dalla gente che gli sta attorno: già negli Allievi hanno il procuratore, ma stiamo scherzando? Un sedicenne deve ragionare da solo, o al massimo chiedere consigli al proprio padre. Io mi sono sempre affidato al mio nei momenti di difficoltà.

La ringraziamo per la piacevole chiacchierata.

Il piacere è mio. Mi diverto a parlare di calcio con le persone anche se non decido nulla. In fondo è questo il senso dello sport che amiamo.

 

 

 

 

 

 

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Scrive per "Il Quotidiano della Calabria" e "Il Crotonese". Classe '92 ma già con una discreta esperienza alle spalle: ha collaborato con diversi siti internet e anche con la romana Radio Ies. Tra i superstiti del primo MP.