I grandi del calcio russo: Andrey Arshavin, talento e svogliatezza

Seconda puntata della rubrica che vi porta alla scoperta dei miti, delle leggende passate, presenti e future del calcio russo (e limitrofo). Dopo aver decantato le gesta dell’attaccante del Reading Pavel Pogrebnyak, oggi ci occupiamo di Andrey Arshavin, passato da eroe nazionale a oggetto di contestazione nel giro di quattro anni, dopo quanto accaduto al termine del campionato europeo 2012.

Genio, sregolatezza. Talento, svogliatezza. Andrey Arshavin non è un personaggio facile da capire, bisogna amarlo a priori, senza discussione alcuna. Discontinuo all’ennesima potenza, sa regalare emozioni irripetibili quando decide che è la serata giusta per farlo.

E il funambolo di San Pietroburgo, classe 1981, ha deciso che Basilea e Liverpool dovevano essere le vittime prescelte o, da un altro punto di vista, le due città meritevoli di tal onore. Due serate dove la logica e il razionalismo non erano ben accetti, totalmente mascherati dalla classe e dal genio di un unico giocatore.

Arshavin è questo. Prendere o lasciare. Lo sa bene Arsene Wenger, che ancora non ha ben capito il suo carattere e la sua umoralità. Perchè non c’è niente da capire, bisogna solo sperare che lui abbia deciso che sia la serata giusta, e in tal caso saremo sicuri di non aver speso il nostro in tempo invano, esaltandoci per giocate nemmeno lontanamente inimmaginabili ai più.

La sua esplosione definitiva risiede tutta in una scelta (coraggiosa) di Hiddink. Nell’ultimo turno delle qualificazioni ad Austria e Svizzera la Russia gioca in Andorra: una vittoria potrebbe non bastarle, dato che il suicidio compiuto in Israele permette all‘Inghilterra di avere due risultati su tre nella sfida casalinga contro la Croazia (già qualificata!). McClaren e soci riescono nell’impresa di perdere in casa e Arshavin e compagni, nonostante una prestazione a dir poco raccapricciante, vincono di misura sui Pirenei. Ma c’è un problema. Arshavin colpisce con una gomitata un calciatore avversario e viene allontanato anzitempo dal campo di gioco. Morale? Due giornate di squalifica. Un dubbio pervade Hiddink per i restanti nove mesi: lo convoco lo stesso?

L’olandese alla fine opta per chiamarlo e i suoi compagni fanno il resto. Con la vittoria di misura (in una partita dominata) con la Grecia, mantengono vive le speranze di qualificazione ai quarti. Obbligatorio, però, battere la Svezia nell’ultimo turno: anche un pari consentirebbe a Ibrahimovic e compagni di passare, in virtù della migliore differenza reti (sulla quale pesa il 4-1 all’esordio patito con la Spagna). Arshavin, desideroso di non porre fine al proprio europeo dopo soli 90′, decide di mettersi in luce sin dalle prime battute e partecipa al 2-0 finale con una rete, giusta conclusione di un’ azione corale magistrale. E’ il faro di una squadra che sa giocare palla a terra, che esalta le proprie doti tecniche e balistiche.

Dopo soltanto tre giorni di pausa, arriva l’Olanda. Gli Orange si sono dimostrati una corazzata, lasciando le briciole alle altre squadre in quello che si vociferava potesse essere il girone di ferro. Ma i russi sono sugli scudi, e quella sera regalano ai propri tifosi, ma anche agli spettatori neutrali, la prova più esaltante della nuova era calcistica del paese, iniziata con la dissoluzione dell’Urss quasi vent’anni prima. E Arshavin? Non esistono termini per descrivere i suoi 120′. Un giornalista dovrebbe trovare sempre le parole per descrivere quanto vede o succede sul manto erboso, ma quella sera nessuno ha potuto parlare di Andrey Arshavin senza ricorrere a un linguaggio con un doppio livello di significato, in pieno stile San Juan de la Cruz.

E l’indice alla bocca dopo il gol che decreta anzitempo la fine dell’incontro, non è altro che un consiglio. Silenzio, ogni parola è superflua, tutti avete visto e basta così.

Ma Arshavin, come detto, è un uomo controverso, umorale, e decide di trascorrere i restanti sei mesi dell’anno corricchiando con lo Zenit, fornendo prestazioni al 20%, in attesa della chiamata di un club estero. Che arriva. Wenger infatti lo vuole, e nel gennaio 2009 lo porta a Londra.

Arshavin non si smentisce, e la sua esperienza all’Arsenal è un continuo susseguirsi di alti e bassi, giornate di fuoco e partite totalmente sbagliate. Ma in casa Gunners, sebbene Shava stia ancora con loro, non si scorderanno mai una partita. Liverpool-Arsenal, 21 aprile 2009. Risultato? Liverpool-Arshavin 4-4. Un giocatore epocale, quella sera, decise di farne quattro a Anfield, entrando nella storia.

Euro 2012 non è andato invece come sperato. L’eliminazione, nemmeno così tanto a sorpresa, nel girone di qualificazione ha generato la contestazione dei tifosi. E Arshavin non l’ha mandata giù, rispondendo per le rime. L’ingresso in campo nella successiva amichevole con la Costa d’Avorio a Mosca è stato subissato da una marea di fischi. Che sia giunto alla conclusione il suo rapporto con la nazionale? Capello è stato chiaro, non chiamerà in base al nome e sceglierà i migliori tra quelli che giocano costantemente nel proprio club. Probabile che un sergente di ferro come il friulano mal si concili con uno svogliato Arshavin. Ai posteri, o meglio, a Brasile 2014, l’ardua sentenza. Sta di fatto che Shava non compare nella lista dei convocati nemmeno per l’amichevole del 6 febbraio con l’Islanda, a Marbella.

Andrey Arshavin è senza dubbio un personaggio difficile da capire ma, al tempo stesso, unico nel suo genere.

Nel prossimo episodio andremo indietro nel tempo e racconteremo le imprese Eduard Streltsov, giocatore che ha passato una vita molto travagliata ed al quale è intitolata lo stadio dove giocava l’Fc Mosca.

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Grande appassionato di calcio russo, tifoso dello Zenit San Pietroburgo. Estimatore del calcio giocato nei luoghi meno nobili e più nascosti, preferirebbe vedere un Torpedo-Alaniya rispetto a uno Juventus-Milan. Email: mbraga@mondosportivo.it