Tecnici italiani: e se i migliori li avessimo in casa?

Da tempo, in Italia, si parla di “fuga di cervelli” all’estero. Il che è vero, sotto tutti i punti di vista, e quindi anche nel calcio. Tanti sono i tecnici illustri che hanno abbandonato il calcio nostrano per tentare la fortuna altrove. Tra i tanti: Capello, Trapattoni, Lippi, Di Matteo, Ranieri, Mancini, Spalletti e Ancelotti. Ognuno, rispettivamente, chiamato obbligatoriamente a far bene con la propria squadra. Ed è proprio questa pressione, forse, ad aver scaturito un calo di rendimento.

In tema di Nazionali, abbiamo in primis Trapattoni, fortemente voluto e amato in Irlanda, ma ora costantemente al centro delle polemiche a causa del non raggiungimento degli obiettivi imposti dalla Federazione. C’è poi Capello, al quale erano state affidate le chiavi della Nazionale Inglese, per poi essere vittima delle continue pressioni dei media britannici per il gioco espresso dall’Inghilterra.

In Cina c’è Marcello Lippi, che ha salvato in extremis il suo posto sulla panchina grazie alla vittoria del campionato cinese del suo Guangzhou. Era a rischio esonero per via dell’eliminazione della sua squadra dalla Champions League asiatica. In Francia, Claudio Ranieri è finito ad allenare il Monaco in Ligue 2, tanto per rendere l’idea. In Russia, Spalletti non sta di certo vivendo la sua stagione migliore: in campionato si ritrova a 6 punti dalla vetta (anche se le cose stanno migliorando), ma in Europa è stato appena eliminato dalla Champions, e deve sperare di battere il Milan per andare almeno in Europa League. La sua panchina potrebbe traballare seriamente se quest’anno, nonostante gli ingenti investimenti, non dovesse portare a casa nessun titolo.

E adesso passiamo al calcio inglese, quello in cui le responsabilità e le pressioni aumentano vistosamente. Impossibile non iniziare con Roberto Di Matteo, artefice dell’impresa del Chelsea in Champions League dello scorso anno. Ha sì realizzato il sogno di Abramovich, ma non è mai rientrato nelle grazie del magnate russo per un semplice motivo: il gioco espresso dalla squadra. Con tutti i campioni messi a sua disposizione, il cosiddetto “catenaccio all’italiana” proprio non va giù al patron dei Blues, che ha colto la palla al balzo (sconfitta contro la Juventus) per dargli il ben servito. Restando in Premier League, l’attenzione si concentra anche su Roberto Mancini. Gli investimenti milionari degli sceicchi hanno portato il titolo inglese, raggiunto lo scorso anno (a pari punti con i rivali dello United), ma anche due eliminazioni consecutive ai gironi di Champions (solo 3 vittorie in 11 gare): decisamente troppo poco per l’ambiente Citizens, che ormai non lo considera un allenatore all’altezza delle competizioni internazionali.

L’unico che, forse, sta salvando la faccia è Carlo Ancelotti con il suo PSG. Ma con tutti i soldi spesi in sede di mercato, è praticamente costretto a vincere e ad arrivare il più lontano possibile in Europa.

Arrivando, finalmente, al tanto criticato calcio nostrano, non resta altro da fare che dare una serie di schiaffi morali a chi critica l’atteggiamento in campo delle nostre squadre. I meriti vanno, senza dubbio, a Conte, Stramaccioni e Montella. 

L’ex tecnico di Bari e Siena, da un anno e mezzo, sta dimostrando di avere una mentalità vincente, volta all’attacco e al bel gioco che esprime la sua Juventus.

Stramaccioni era stato messo lì quasi per risparmiare, con il compito di traghettare l’Inter dello scorso anno fino alla fine del campionato. Moratti, invece, si è ritrovato un tecnico giovane, a volte sfrontato, ma che ha restituito ai nerazzurri un gioco bello da vedere ma, soprattutto, è riuscito in poco tempo a restituire entusiasmo a una piazza uscita scoraggiata dalla scorsa stagione.

I complimenti vanno, senz’altro, a Montella. Quasi snobbato dalla Roma (che ha scelto Zeman al suo posto), probabilmente si starà facendo rimpiangere dalla dirigenza giallorossa. La sua Fiorentina è la rivelazione del campionato, che sta dando parecchio filo da torcere a squadre, sulla carta, più competive. Sulla carta, perché in campo i viola sono un vero e proprio spettacolo. Per una volta, quindi: italiani all’estero, guardate e imparate.

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Nato a Gaeta nel 1988. Appassionato di (grande) calcio, ma anche di molti altri sport. Dopo aver calpestato svariati campi di terra ed erba, ha deciso di tentare la sua prima avventura in una redazione.