Il Piccolo Faraone, un po’ Del Piero, un po’ Di Vaio. Anz(h)i no: Samuel Eto’o

Il giochino dei paragoni è sempre forzato, spesso stucchevole, a volte controproducente per chi si vede affibbiata un’eredità pesante come un macigno. Ne sa qualcosa la scuola degli “eredi di Maradona”, un’accademia illustre dalla quale sono usciti talenti dal piede fatato ma dalle fortune alterne. Claudio Borghi, “El Burrito” Ortega, Andres D’Alessandro, Pablito Aimar: nessuno ha mantenuto le promesse. Solo l’ex fantasista di Parma e Sampdoria si è avvicinato al Pibe de Oro, ma per le prodezze fuori dal campo.

Martin Heidegger, filosofo tedesco, diceva che “ciascuno è un altro e nessuno è se stesso”. Una regola questa che vale soprattutto per chi, come noi, si diverte a raccattare somiglianze ad ogni latitudine del calcio. Volendo applicare la legge heideggeriana agli eroi dei nostri giorni, scegliamo come cavia il campioncino del momento: Stephan El Shaarawy. Un 20enne dotato di ottima struttura fisica, eccezionale nella progressione palla al piede e già smaliziato dal punto di vista tattico. Un ragazzo che, come accadde a Paolo Rossi 30 anni fa, sta barattando grossa parte del suo talento con un ritmo di partita solo suo. Non partecipa molto alla manovra, ma vede la porta, la sente nello stesso modo in cui un cacciatore intuisce l’imminente scatto della lepre. E qui ci fermiamo, perché l’italo-egiziano e il Pablito nazionale in comune hanno poco altro, forse niente.

In parecchi, invece, hanno rivisto nella sfrontatezza dell’ex Genoa, e nella sua capacità di essere già decisivo, il primo Alex Del Piero. Non è un accostamento errato, anzi, però bisogna chiarire alcune differenze tra i due: El Shaarawy ha una struttura fisica migliore, viaggia a una velocità diversa e, soprattutto, sembra più finalizzatore di un Pinturicchio che, in quanto a classe, carisma e forza assoluta gli sta ancora (logicamente) tre o quattro spanne sopra. Ad entrambi piace partire da sinistra, ma questa è un’inclinazione che accomuna quasi tutti i destri dotati di buona tecnica, per calciare a giro sul secondo palo quando ce n’è la possibilità. Il classico “gol alla Del Piero” è un gesto che, seppur con le dovute proporzioni, il Piccolo Faraone sta replicando spesso.

Passiamo all’esempio numero tre, che magari farà storcere la bocca a coloro i quali giudicano il campione in base al nome: Marco Di Vaio. La somiglianza è impressionante, in particolar modo se ripensiamo agli anni in cui l’attaccante romano giocava nella Juventus di Lippi o, per i più “anziani”, nella Salernitana di Delio Rossi. Largo a sinistra, il buon Marco trovava il gol con una freddezza propria soltanto dei grandissimi calciatori e, se le circostanze lo richiedevano, si sacrificava in fase di copertura mettendo in mostra importanti qualità atletiche e ripartendo palla al piede come Speedy Gonzales. In cosa differiscono? El Shaarawy ha tutto per diventare un fuoriclasse, Di Vaio è stato al massimo un campione. Il milanista, in sostanza, è più forte.

La storia dell’attuale bomber del Montreal Impact, però, ci insegna che chi possiede un’eccessiva confidenza con la rete viene quasi sempre trasformato in punta centrale. E’un’evoluzione naturale, che ha investito fior fior di eroi calcistici. Quindi, stando al nostro giochino, chi lo dice che Stephan El Shaarawy da Savona non possa diventare il nuovo Samuel Eto’o? E’un paragone ingombrante, forse azzardato, ma di sicuro logico. Le motivazioni le troviamo insite in questo lungo papiro: senso del gol, scatto fulmineo, progressione devastante, predisposizione al sacrificio. Se proprio deve valere la legge di Heidegger, allora auguriamo al Piccolo Faraone di eguagliare il fuoriclasse che già fatto sorridere l’altra sponda di Milano.

 

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Scrive per "Il Quotidiano della Calabria" e "Il Crotonese". Classe '92 ma già con una discreta esperienza alle spalle: ha collaborato con diversi siti internet e anche con la romana Radio Ies. Tra i superstiti del primo MP.