Il punto sulla Serie A: giornata 12

Scappa la Juve, vittoriosa e travolgente a Pescara (6-1 sulla squadra di Stroppa). Frena l’Inter, sconfitta per 3 a 2 a Bergamo, campo su cui era caduto anche il Napoli, che invece vince a Marassi contro il Genoa. Superano la prova di maturità la Fiorentina, che strapazza un piccolo Milan a San Siro, e la Lazio, che fa suo il derby capitolino contro la Roma.

La risposta c’è stata. Dieci gol in due partite tra Champions e Serie A per far capire che la Juventus non è crollata sabato 3 novembre allo “Juventus Stadium”, anzi. La squadra di Conte annienta il Pescara già nel primo tempo, guidata da un incontrollabile Quagliarella, autore di una tripletta. A onor di cronaca, bisognerebbe sottolineare che le difese di Nordsjaelland e Pescara non siano propriamente tra le meno perforabili d’Europa, però la reazione c’è stata. A volte, in questi casi, il passo dall’esaltazione alla crisi è breve. Conte è stato bravo a tenere alto il livello di attenzione, per non far inciampare nuovamente la Vecchia Signora. Meglio se poi la diretta inseguitrice perde colpi proprio quando meno te l’aspetti e i punti di vantaggio diventano magicamente 4, tornando a distanza di sicurezza.

Parliamo proprio dell’Inter, che perde a Bergamo dopo 10 vittorie consecutive e dopo 10 vittorie di fila in trasferta. Persi 2/3 della difesa titolare, Stramaccioni è dovuto virare sulla difesa a 4, con il ritorno di Silvestre da titolare in campionato. I risultati, figli di davvero poca confidenza con questo schieramento, si sono visti. Denis, Bonaventura e Maxi Moralez sono state lame affilate nel burro della difesa nerazzurra. L’estro e i muscoli di Palacio e Guarìn sono serviti a segnare due reti, che però non sono bastate a salvare il risultato. I nerazzurri perdono Ranocchia e Samuel nel loro momento migliore e l’impossibilità di schierarsi come sempre ha fatto sì che in campo scendessero anche paura e insicurezza, che si sono trasformate in continue sofferenze sulle accelerazioni atalantine. Rimandata l’Inter, rimandato anche Stramaccioni, che dovrà trovare rimedi più validi di quelli offerti ieri sera. La Juve scappa e non aspetta.

Non sembra voler aspettare per esplodere nemmeno la Fiorentina di Montella, sempre più vicina al chiamarsi “grande squadra”. Il piccolo Milan di ieri non è sembrato un ostacolo insormontabile, ma vincere a “San Siro” non è mai un impresa da poco, specie se ti manca la punta di diamante Jovetic. I viola l’hanno vinta giocando al calcio, con Borja Valero e Pizarro splendidi direttori d’orchestra e Aquilani in veste di “vendicatore”, al primo gol con la Fiorentina e proprio contro la sua ex squadra. La macchina di Montella è di quelle che sembrano perfette, che girano a memoria, con tutti gli ingranaggi messi al punto giusto. Non si può dire lo stesso, invece, per il Milan di Allegri, apparso sempre più in difficoltà. Così come successo più volte in questa stagione, regala un tempo agli avversari sbagliando formazione, salvo poi pentirsene nell’intervallo. Sinceramente la mossa mettere in panchina Bojan, l’uomo più in forma della squadra, in favore dell’opaco Boateng di questo periodo proprio non l’abbiamo capita. Puntare il dito su Pato, invece, sarebbe troppo facile. Il numero 9 rossonero ha sì il demerito di aver sbagliato il rigore del possibile 1 a 1 e di aver fatto una prestazione complessivamente non all’altezza, ma gli va dato tempo di prendere fiducia con il campo, dopo 2-3 stagioni di continui problemi fisici. Nel complesso il Milan è apparso quasi supponente in alcuni suoi elementi, convinti ormai di essere usciti dalla profonda crisi in cui si trovavano e di poter giocare senza la giusta cattiveria agonistica. Atteggiamento più sbagliato, per i rossoneri di adesso, non ci potrebbe essere.

Chi invece entra sempre in campo con l’atteggiamento giusto è Edinson Cavani, che guida il Napoli alla vittoria a Genova, dopo essere stato sotto per ben due volte nell’arco della gara. Ottima la dimostrazione di carattere della squadra di Mazzarri che, lasciandosi guidare dal carisma e dalla classe del “matador” e di Hamsik, sono riusciti a portare a casa 3 punti fondamentali per la corsa alle prime posizioni. Questa volta le cosiddette riserve non steccano e, anzi, aiutano gli azzurri a risollevarsi nel periodo più cupo di questa stagione. Per dimostrazione, citofonare “Mesto”, al primo gol con i partenopei proprio contro la sua ex squadra. Un po’ di ossigeno per Mazzarri, che vede sempre più vicina la Fiorentina alle sue spalle, ma che ora può tornare a leggere bene il numero di targa dell’Inter di Stramaccioni.

Due passi dietro i viola, però, sale la Lazio di Petkovic, che vince il derby capitolino al primo colpo battendo uno Zeman che, forse, ha tanto di suo nella sconfitta di ieri. Partendo dai biancocelesti, la “possanza fisica” del loro tecnico (citando Lotito), si vede anche in campo. La Lazio è squadra tosta, con due fuoriclasse e tanti ottimi giocatori che sanno giocare a pallone. Bella quando si può, cinica quando si deve. Ingredienti perfetti per arrivare alla vittoria. Puntando l’obiettivo sulla Roma, possiamo elencare quattro episodi significativi della sconfitta dei giallorossi: 1) gol di Candreva su grossolano errore di Goicoechea, portiere voluto fortemente dal tecnico boemo; 2) gol di Klose, in cui tutta la fase difensiva di Zeman, nella sua accezione peggiore, si è palesata in campo; 3) espulsione di De Rossi, tornato titolare davanti alla difesa al posto di Tachtsidis; 4) gol di Mauri su regalo di Piris, altro punto fermo della campagna acquisti del boemo.
Se due indizi fanno una prova, qua siamo di fronte a una certezza di colpevolezza. Forse è giunto il tempo di ammetterlo. Ci ha creduto, ci ha provato ma non ci è riuscito. Zeman ha fallito.

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Twitter addicted, vive di calcio. In campo è convinto di essere Pirlo, ma in realtà è un Carrozzieri qualunque. Per lui il trequartista è una questione di principio. Email: fmariani@mondosportivo.it