L’arte di guadagnare dalla morte altrui

Vergogna! Non c’è altro modo di commentare quanto letto la scorsa settimana su tutti i giornali: i tifosi dell’Hellas, durante l’incontro Livorno-Verona, hanno intonato cori irrispettosi nei confronti del defunto giocatore amaranto Morosini. Questo è sempre un gesto da condannare ma, soprattutto, all’interno di uno stadio, vista la presenza di bambini e ragazzi e la possibile istigazione dei tifosi avversari.

Ciò che è discutibile, però, è quanto fatto al riguardo dall’Hellas Verona nei giorni successivi. Intendiamoci: intitolare una parte delle stadio di Verona al povero Mario è un’iniziativa in sé encomiabile, ma i tempi sono sinceramente sospetti e, forse, dettati solo dai timori di eventuali sanzioni federali in arrivo per i cori inqualificabili dei tifosi gialloblù. La spontaneità e positività del gesto è in parte neutralizzata dal fatto che tutto sembra estemporaneo, in quanto nasce solo dopo i cori dei tifosi e senza nessuna particolare ricorrenza del rimpianto giocatore.

I gesti veri sono quelli silenziosi, spontanei e provenienti dal cuore. C’era davvero bisogno di comunicare giorni prima di una partita che i giocatori mostreranno uno striscione dal contenuto “Morosini per sempre con noi”? Aggiungendo, tra l’altro, anche che sulla maglia da gioco è stata ricamata a mano la stessa scritta. Il calcio in Italia ha già abbastanza visibilità, se ne sarebbero accorti tutti comunque, e il messaggio sarebbe arrivato a destinazione lo stesso.

Siamo sicuri che dietro vi sia davvero un messaggio di cordoglio sincero e disinteressato? Facendo così, però, l’Hellas Verona ha ottenuto titoloni in prima pagina su tutti i principali quotidiani italiani, i quali sono caduti in pieno nell’intelligente strategia mediatica escogitata dal club veneto. Riflettendoci bene, non hanno fatto altro che mettere in pratica ciò che Oscar Wilde scrisse nel ‘Ritratto di Dorian Gray’: “La sola cosa peggiore dell’essere oggetto di pettegolezzi è il non esserlo”. Qui però c’è in gioco la memoria di un uomo, anzi di un ragazzo, morto prematuramente mentre giocava a calcio.

Più che della morte, questa vicenda dimostra ancora una volta che bisogna avere paura dei vivi: quelli sì che possono ancora ferire i sentimenti altrui, speculando nei confronti di chi, purtroppo, non ha la possibilità di replicare.

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Nato a Genova nel maggio 1992; è un appassionato di calcio, basket NBA e pallavolo (sport che ha praticato per molti anni). Frequenta la facoltà di Scienze Politiche, indirizzo amministrativo e gestionale. Email: alelli@mondosportivo.it