Meglio il silenzio

Sia chiaro un concetto: non fremevo per scrivere questo articolo. Principalmente per due motivi. Primo, perché quando ti discosti anche solo di poco dalla Retta Via rischi di essere scambiato per un fagiano di passaggio e preso a fucilate. Ma soprattutto perché non c’è niente di più retorico dell’antiretorica, e tutte le volte che ho tentato di affrontare questi temi girandole alla larga ho finito sempre per rendermi conto che almeno i piedi te li insozzi in ogni caso.
Quello che oggi si leggerà su tutti i quotidiani (sportivi e non) d’Italia lo sappiamo tutti. Col dito puntato sui fessacchiotti di Livorno-Verona, sarà “vergogna” la parola che avrà la piazza d’onore fra l’ordalia di caratteri in neretto. È logico: è la prima reazione di tutti noi quando una tifoseria si prende la briga di insultare un ragazzo incolpevole, che non si potrà mai difendere.
Ma non è sempre detto che le prime reazioni siano le più giuste.
Generalmente, quando accadono cose come questa, ho preso l’abitudine di provare a rifletterci sopra. Ho fatto così anche quel triste giorno durante cui Piermario Morosini s’è accasciato sull’erba e ha smesso di vivere. La notizia, trapelata immediatamente tramite i siti web, mi aveva scioccato. Provavo sinceramente dolore per quel ragazzo, ma dopo qualche minuto una domanda affiorò candidamente sulla superficie di quell’onda di pensieri inermi.
“Ma chi è Morosini?”.
In che ruolo giocava? Che faccia aveva? Dove aveva fatto la trafila delle giovanili?
Mi stupii del fatto che, se non fosse morto in quel modo atroce, non mi sarei mai avveduto della sua esistenza. E allora – domandai a me stesso – che diritto avevo di non esternare la stessa tristezza per le centinaia di persone che sicuramente stavano morendo in quello stesso istante?
Pochi provavano un dolore sincero per non averlo più. Sicuramente i suoi amici, i compagni di squadra, i parenti. Ma gli altri?
Gli altri avevano semplicemente ricevuto il messaggio che straripava da quell’allegoria. Un messaggio spietato, brutale, che ancora una volta insegnava come non sei immune dalla morte nemmeno quando sei bello, giovane, ricco e forte. Neppure se corri su un campo di pallone da quando sei nato, potrai essere certo che il tuo cuore reggerà al prossimo passo. Non era Morosini, che moriva, per tutti quelli che non lo conoscevano. Eravamo noi, accasciati in campo al suo posto. Erano i nostri figli. Ed era quello il motivo per cui tutto questo ci toccava così da vicino.
Conscio di essere incappato in un pensiero troppo più grande di me, decisi di lasciar perdere e mi dedicai ad altro.
Il giorno dopo non si giocò. Era opinabile: mesi prima nessuno aveva fermato il campionato quando una frana s’era portata via 37 persone a Giampilieri. Poteva essere discutibile, sicuramente, ma in fondo era logico che il calcio mostrasse rispetto nei confronti di una tragedia avvenuta in campo.
Eppure, a distanza di 48 ore, già i dirigenti di alcune squadre si accapigliavano sulla data del recupero di quella giornata perduta. Anche in quel caso traspariva un messaggio, e anche in quel caso era qualcosa di estremamente rude. “Ma proprio nel periodo delle coppe doveva crepare quel tizio?”.
Ieri, quando ho sentito i veronesi riportare in ballo la memoria di quel calciatore, non ho provato più sdegno di allora. Perché è evidente come quella dei tifosi dell’Hellas sia una storia preparata a tavolino: sanno benissimo che finiranno sulle prime pagine di tutti i giornali. Sanno che li distruggeranno a parole, e non s’aspettano di meglio. Godranno come cinghiali, quando questo accadrà, e noi avremo fatto soltanto il loro gioco, nel rispetto di un meccanismo che da decenni va avanti alla stessa maniera. Ci si indigna perché lo si deve fare: delle conseguenze non importa nulla a nessuno.
Ma allora perché prestarsi? Per quale ragione esigere rispetto? Il rispetto non si esige. Non lo puoi pretendere, né tantomeno lo puoi infondere, o addirittura incutere agli altri. Non è rispettoso farlo. Il rispetto lo puoi guadagnare, oppure puoi decidere di tributarlo a chi pensi l’abbia guadagnato: le altre strade portano tutte in posti che non vale davvero la pena di visitare.
Non mi interessa che i tifosi del Verona insultino Morosini. Non mi sdegna di più che se avessero insultato Vucinic, Cavani… o Cascione del Pescara. Questo perché dei morti ho lo stesso rispetto che ho per i vivi, non cambia nulla. La morte è tutt’intorno a noi, sempre. Ci sorveglia, come disse De Andre’, gioir nei campi o fra i muri di calce, come crescere il gran guarda il villano finché non sia maturo per la falce. E non c’è niente di incredibile, niente che esiga tutto questo ieratico silenzio.
La morte, anzi, è l’unica cosa che ci fa tutti uguali. Ho più rispetto per la maternità, per la miseria, per il dolore. Quelli sono sapori che non tutti proveranno in fondo alla gola. Mentre invece tutti, un giorno, chiuderemo gli occhi per non riaprirli più.
E allora io, questa volta, amerei scegliere il silenzio. Mi piacerebbe che sui giornali non si scrivesse niente. Non l’omertà, badate bene: che sia ben chiaro che quelle parole sono state pronunciate, ma nessun “Vergogna!”, nessun indice puntato da nessuna parte. Quei cento veronesi che avrebbero voluto godere dell’ennesimo tabù infranto rimarrebbero con un palmo di naso. I centomila gialloblù incolpevoli su cui quell’anatema si sarebbe inesorabilmente abbattuto, non avrebbero motivo di chiudersi in casa e vergognarsi ingiustamente.
Si scelga il silenzio, per una volta tanto. Perché in fondo non è successo niente di così eclatante da dover andare a scomodare la morale. Si scelga il silenzio, soprattutto, perché a volte è di gran lunga la strada migliore.

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Nato a Milano l'1 giugno 1979, è giornalista da oltre 10 anni. Ha diretto due testate cartacee e pubblicato un romanzo. E questi sono gli hobby. La vita seria la passa leggendo, torturando il pianoforte e dicendo stupidaggini. Email: gallegra@mondosportivo.it