Lo spettacolo deve finire

Cercherò di farla breve, come brevi devono essere le procedure per un saluto, breve il commiato, breve lo spreco di parole. Di lungo dovrebbe esserci solo la memoria, da allora in avanti.

Il fatto è questo: su un campo di infimo livello, un uomo, romeno, sessantenne, si è suicidato. A essere precisi: ha commesso suicidio in biglietteria, quindi non sul rettangolo verde. E qualcuno ha anche pensato che fosse normale, a quel punto, giocare lo stesso: il campo, dopotutto, non era stato “profanato” né toccato dall’evento. Provo a immaginare la gioia di uno degli autori dei sei gol (la partita è stata senza storia), l’esultanza.

Fatico ad immedesimarmi nelle menti di chi prima ha scoperto il cadavere impiccato a una trave, poi ha chiamato le forze dell’ordine (immagino attimi concitati) e poi, nel giro di poco tempo, ha pensato che tutto era risolto, la morte era sparita, non c’era più. Era rimasta soltanto la voglia di giocare, o forse lo spauracchio di perdere a tavolino in caso di rinuncia alla contesa. La vita di un uomo (peraltro non uno sconosciuto) vale una partita persa?

Forse, ed è qui che voglio arrivare, siamo ormai anestetizzati a tutto. Una delle cose che cerco sempre di mettere in chiaro, in redazione, è che bisogna restituire potere alle parole: a furia di incensare chi non merita; di esaltare il prodotto perché va esaltato, non perché vale; di esagerare come opzione di base, senza senso ma non senza costrutto; a furia di dover perdere di vista la realtà, non siamo neppure più in grado di fermarci di fronte alla tragedia di un uomo — un uomo qualunque.

Sembra che contino solo due cose: l’individuo (ma io, mica gli altri!) e la passione (che troppo spesso è una fede). A furia di dipingere una realtà che non c’è, questa ci diventa reale; e quando un evento esula da questo schema, non viene compreso né accettato. Solo che quando succede per un rigore dato o non dato, le conseguenze sono relative (tranne per i tifosi, cioè per i fedeli, danneggiati). Quando riguarda un caso di emarginazione sociale su un campo di seconda categoria, lasciate che ve lo dica, vale molto di più di due scudetti: quelli per i quali ancora ci accapigliamo quotidianamente, in un ridicolo gioco delle parti.

Lo sport è uno spettacolo, e fin qui non c’è niente di male: lo sappiamo, ci comportiamo di conseguenza. Ma non possiamo rimanere proni allo spettacolo, così come non dovremmo rimanerlo di fronte all’economia che si mangia il nostro modo di vivere, il nostro presente e il nostro futuro. Sappiamo che il calcio è uno spettacolo, a tutti i livelli: non più soltanto un gioco. E sappiamo anche che il mondo dello spettacolo è falso come le vittorie di Lance Armstrong al Tour de France (grazie all’USADA lo possiamo finalmente dire).

In un certo senso, decidere di giocare come se niente fosse, alla fine, risulta essere una reazione isterica (così come lo è affondare il campione una volta scoperto l’inghippo): perché la paura di incorrere in penalizzazioni è più reale della morte, o anche solo per il rifiuto di scendere a patti con un fatto comunque doloroso.

Dopotutto, il sessantenne che si è ucciso non se ne può avere a male: non ha più coscienza, non può sapere. Il suicidio lo ha liberato da questi scorni.

Ma forse, probabilmente, a ucciderlo è stata proprio un’indifferenza di questo genere.

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Cofondatore e vicedirettore, editorialista, nozionista, italianista, esperantista, europeista, relativista, intimista, illuminista, neolaburista, antirazzista, salutista — e, se volete, allungate voi la lista. Email: plborgia@mondosportivo.it