L’Allenatore nel pallone…storia di una professione

Da piccolo quando guardavo un allenatore vedevo un uomo maturo, saggio e navigato con le rughe scavate nel volto che raccontavano di vento freddo e pioggia. Un uomo schiavo di una passione che ogni giorno anche a 50 anni voleva indossare una tuta ed inseguire un pallone come i suoi giovani calciatori. Un uomo solo con i propri pensieri, a volte malinconico, con lo sguardo da padre severo, ma indulgente. L’allenatore era per me un uomo giusto, investito dal presidente con la missione di rendere campioni un gruppo di giocatori qualunque, passando per schemi e moduli combattendo contro pali e sviste arbitrali, chiamato a dare tutto consapevole che potrebbe non bastare. Oggi però quel simpatico mister che conservo nei miei ricordi è stato inghiottito da una realtà diversa fatta di coetanei di successo, vestiti in firma, personaggi patinati da copertina. Ormai per me l’allenatore non è più una vocazione, ma una professione ed in quanto tale volevo analizzarla con voi.

Facendo una riflessione la situazione degli allenatori in Italia è imbarazzante. Ci troviamo di fronte a grandi allenatori tutti scappati all’estero ( Ancelotti, Mancini, Spalletti ) con motivazioni di facciata come la voglia di misurarsi in altri campionati ed il minore stress offerto da sistemi calcio diversi dal nostro. Fumo negli occhi degli appassionati che capiscono benissimo che il denaro sia un ottimo incentivo per allontanarsi dall’Italia, unito al fatto di avere maggior disponibilità economica nel calcio mercato per allestire rose competitive e perseguire quindi risultati importanti anche in ambito continentale. In italia resta quindi poca qualità mescolata a molta confusione.

Sempre più squadre continuano a scegliere allenatori giovani e novelli del mestiere per iniziare una stagione o per rimpiazzare colleghi a campionato in corso. La lista che negli ultimi anni ha visto recenti ex giocatori impossessarsi di una panchina di serie A senza prima aver gestito altre squadre nemmeno giovanili, comincia ad essere lunga. Nelle ultime settimane la tendenza sembra essere sempre quella, mi riferisco all’esonero di Di Carlo dal Chievo sostituito da Eugenio Corini e di Ficcadenti dal Cagliari, al suo posto Pulga assistito da Diego Lopez.

Vari i commenti di addetti ai lavori su questo argomento. C’è chi definisce alcuni colleghi “raccomandati”, altri che si scagliano contro determinati mister facendo nomi e cognomi. Ecco alcune delle ultime dichiarazioni in materia:

Giovanni Stroppa : “In Italia gli allenatori vengono ingaggiati o perché vanno di moda in quel momento o perché sono sponsorizzati da qualcuno, e non certo per le loro metodologie di lavoro e per quello che fanno in campo”;

Carlo Mazzone : “Ultimamente il calcio italiano dà molto spazio ai giovani allenatori. Mi sono sempre battuto a favore dell’esperienza. Non so per quale motivo adesso ci sia questo inserimento veloce. Per carità, non intendo affatto criticarli. Bisognerà aspettarli e valutare per bene. Forse c’è un discorso economico alla base”;

Bruno Giordano: “Non ho nulla contro Stramaccioni, sia ben chiaro, ma un conto è allenare la primavera e un conto è allenare la prima squadra. Se Andrea ha avuto questa possibilità, non vedo perché non potrei ottenerla anche io, che sono partito dal campionato nazionale Dilettanti con il Monterotondo pensando che la cosiddetta gavetta unita ad una giusta meritocrazia fosse la cosa migliore per me. Evidentemente mi sono sbagliato, nel calcio contano più altre situazioni, come il “giro” in cui riesci ad entrare piuttosto che l’esperienza accumulata in anni di panchine dalla serie D alla serie A. Un altro esempio di quanto sto affermando? Pippo Inzaghi. Da pochi mesi guida gli allievi del Milan e già spinge per arrivare in prima squadra al posto di Allegri”

Verità o invidia, difficile da dire, vero è che molti allenatori con gavetta e qualche importante risultato sono oggi senza panchina, mentre la trovano con estrema facilità ex bandiere che hanno appena appeso gli scarpini al chiodo. Così facendo sparisce la meritocrazia e molti mister che ottengono risultati nelle categorie minori non vengono premiati con l’investitura da parte di squadre più importanti. Altri invece intraprendono la nuova carriera senza fortuna e nel giro di qualche anno finiscono nel dimenticatoio o si reciclano come opinionisti tv.

Una scelta, quella di affidarsi a tecnici giovani, magari reduci da buone esperienze con il club, dettata da diversi fattori. Si spera di trovare in loro la capacità di inserirsi nello spogliatoio con un rapporto più profondo con i calciatori conoscendo in primis atleti ed ambiente. Poi c’è un senso di riconoscenza, poco comprensibile sinceramente, perché a volte come dimostrano i fatti più che un onore a certe vecchie glorie viene data in mano una patata bollente da gestire. Infine, ultima, ma non ultima la crisi economica del nostro calcio che spinge i presidenti a investire cifre basse su giovani aspiranti allenatori, piuttosto che elargire ingaggi notevoli per tecnici più affermati. Insomma un tentativo stucchevole di farsi belli investendo a parole su un calcio moderno e giovane, mascherando tuttavia i limiti economici della società.

Vedere un po’ di giovani farsi spazio in un Paese come il nostro dove tutti restano attaccati alla poltrona all’infinito, fa piacere. Tuttavia questa moda diviene irriguardosa di fronte ad allenatori non più giovanissimi che vedono sminuito il loro percorso professionale. Pensiamo a Reja, Guidolin o meglio ancora a Mazzarri che non è mai stato esonerato nella sua carriera, ma che prima di arrivare al Napoli è dovuto passare per Acireale, Pistoiese, Livorno, Reggina e Sampdoria.

Scavando nel passato, come sempre, si può trovare l’origine del presente. Era la stagione 1996-1997 quando Ruud Gullit sostituì Glenn Hoddle sulla panchina del Chelsea assumendo la doppia carica di allenatore-giocatore e portando i blues alla vittoria nella FA Cup. Nasceva così una corrente di pensiero nuova in cui calciatori famosi a fine carriera, vanno a rivestire da subito un ruolo complicato come quello dell’allenatore, senza gavetta, senza una minima preparazione teorica, ma solamente portando sulla panchina il prestigio del proprio nome e l’esperienza acquisita sul campo di gioco. Dopo di lui, sempre al Chelsea, toccò a Gianluca Vialli, che andò oltre vincendo in un solo biennio ben 5 coppe, tra le quali Coppa delle Coppe. L’evoluzione di questi giocatori-allenatori ha portato al Guardiola di oggi, passando tuttavia per tantissimi e continui fallimenti. Oggi quindi i vari Mancini, Montella, Ferrara ecc. sfruttando questa tendenza, occupano panchine importanti grazie al fatto di essere stati giocatori famosi e carismatici.

Va comunque detto che soprattutto in questi ultimi 20 anni il calcio si è evoluto e velocizzato. C’è stato l’avvento della zona, la sperimentazione e consacrazione di moduli innovativi ed atteggiamenti tattici che per essere affrontati richiedono preparazione. Gli stessi calciatori sono oggi diversi, rispetto al passato , molto più forti fisicamente ed in grado di ricoprire più ruoli rispetto ad un tempo. Atleti che vanno quindi gestiti atleticamente in stagioni che ormai comportano circa cinquanta partite e ragazzi che vanno psicologicamente supportati per dare sempre il meglio di se senza subire pressioni dalle varie situazioni che si possono ora creare in rose allargate a 30 giocatori. L’allenatore ideale di oggi deve quindi saper posizionare la propria squadra in campo e saper attuare le giuste contromisure alla tattica avversaria, valorizzare e gestire il parco giocatori facendo emergere dei giovani talenti ed infine riuscire ad imprimere una propria impronta caratteriale alla squadra.

In questa diatriba sui tecnici moderni quindi non vogliamo schierarci, non ci sentiamo di condannare questi allenatori privilegiati che si apprestano ai loro primi passi nelle panchine italiane, qualcuno di loro siamo certi confermerà le aspettative. A loro chiediamo solo un bagno di umiltà e rispetto per i colleghi che da anni si divincolano tra Presidenti burrascosi e platee dal palato troppo fino. Il consiglio è quello di poter allenarsi ad allenare prima in piazze minori e meno pesanti. Panchine dove affinare concetti e moduli con giocatori umili e di talento per poter poi accedere a club più prestigiosi con una conoscenza completa del ruolo. A questi nuovi volti auguriamo di non finire come i vari Gullit, Costacurta, Graziani e tanti altri caduti nell’oscurità della memoria. Auspichiamo invece un giorno di darci soddisfazione come CT della nazionale maggiore, consci che in quella posizione non si arriva senza la gavetta.

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Nato nel 1977, da allora si nutre di calcio: una passione che pratica e insegna a Treviso nei settori giovanili. Ama i giovani talenti e il lato romantico di questo sport.