La sindrome di Peter Pan

La formica atomica è finalmente riuscita a imporsi nel grande calcio, dopo le esperienze con Empoli e Parma
Nella vita di tutti i giorni sentirsi giovani è senz’altro positivo, non altrettando però se il sogno nel cassetto è quello di diventare artisti del pallone. È infatti una pratica molto diffusa in Italia quella di affibbiare l’etichetta di ‘giovane dalle belle speranze’ a coloro che, ormai, dovrebbero iniziare a fare la differenza anche tra i professionisti. La logica conseguenza è una girandola di prestiti senza senso, le cui prime vittime sono i calciatori stessi, costretti a emigrare all’estero – dove a 20 anni sono, giustamente, considerati già uomini – per poter finalmente calcare palcoscenici importanti.

Ciò che, purtroppo, deve far riflettere è questo desiderio di reclutare presunti baby fenomeni in altri continenti. La moda ormai suggerisce di rivolgersi in Brasile o in Argentina, dove chiunque abbia la costanza di mettersi in mostra per 10-15 partite consecutive (in un campionato mediocre) riceve subito l’etichetta di promessa per il futuro, con tutto ciò che ne consegue: prezzo del cartellino gonfiato, ingaggio raddoppiato e una miriade di squadre europee pronte a investire su questi ragazzi, nella maggior parte dei casi acquistati solo per calmare piazze di tifosi esagitati.

Non tutti però hanno il talento di Sànchez o Thiago Silva, e così nel nostro paese sono giunti anche giocatori immaturi come Ricardo Álvarez, acclamato da tutto il popolo neroazzurro come il nuovo Kaká, e poi rivelatosi una delusione. Ma non solo, perché Erik Lamela – pagato, tra l’altro, molto più del centrocampista neroazzurro – nel suo primo anno a Roma ha dimostrato sì e no il 50% del suo cristallino talento, e anche con Zeman nell’attuale campionato è partito dalla panchina; Bruno Fornaroli è stato rispedito in Argentina senza volo di ritorno, e lo stesso percorso lo ha dovuto fare Santiago Silva, uno che era arrivato a Firenze per diventare il prossimo capocannoniere della Serie A.

Nonostante tutti questi cattivi affari, tuttavia in Italia ancora si insiste nel non voler puntare sui giovani nostrani. L’Inter così ha lasciato andare un talento come Andrea Poli, centrocampista classe ’89 dal futuro roseo, per puntare su Gargano; sicuramente bravo, ma pur sempre 28enne. L’ombra del Sudamerica, però, c’è anche in questo caso: non è un segreto infatti che l’Inter stia per mettere mano al portafoglio con l’intenzione di portare a Milano José Paulo Bezerra Maciel Júnior, centrocampista del Corinthians, conosciuto ai più come Paulinho. Pronti per lui una cifra compresa tra i 13 e i 15 milioni di euro, per un giocatore che ha ancora tutto da dimostrare.

Non so perché, ma ho la netta sensazione che se, invece di Poli, il cognome fosse stato ‘Polinho’, l’Inter lo avrebbe tranquillamente riscattato dalla Sampdoria anche per una cifra superiore ai ‘soli’ 6 milioni richiesti dai blucerchiati. Così come sono sicuro del fatto che Branca si stia mangiando le mani per aver lasciato andare in prestito all’Espanyol il talentuoso Samuele Longo, il quale ha debuttato nella Liga spagnola con un gol da favola; una bella soddisfazione per uno che, in Italia, secondo alcuni non sarebbe stato in grado nemmeno di fare il vice-Milito.

Anche dalle parti di Torino, sponda bianconera, hanno però qualcosa da recriminare, visto che il ‘giovane’ Manolo Gabbiadini – 21 primavere a breve – è stato mandato in prestito per (non) giocare a Bologna, vista la presenza in rosa di due giocatori come Acquafresca e Gilardino. Tutto per far posto al celebre ‘top player’, che considerato l’arrivo di Nicklas Bendtner – il quale di Ibrahimović ha, forse, la somiglianza dal punto di vista fisico – possiamo tranquillamente rimodellare a ‘flop player’ dell’estate.

La stessa Juventus che recentemente ha battuto l’Udinese sotto i colpi di Sebastian Giovinco, uno che a 20 anni era considerato troppo basso e gracile per fare la differenza, mentre adesso è stato definito dai giornali italiani come il salvatore della patria; non soltanto per il club bianconero, ma anche per la nazionale di Cesare Prandelli, il quale lo lancerà titolare dal primo minuto contro la Bulgaria in un incontro valido per le qualificazioni mondiali.

E se il Dio denaro – leggasi Liverpool e Paris Saint-Germain – ha portato via rispettivamente Fabio Borini e Marco Verratti (due che in Italia avrebbero fatto la fortuna di molte squadre) c’è invece molto da recriminare su Giuseppe Rossi, letteralmente costretto a emigrare prima in Inghilterra e poi in Spagna per diventare il giocatore che è adesso. Nessuna squadra italiana decise di puntare su di lui ai tempi del Parma, mentre Sir Alex Ferguson – uno che di giovani se ne intende – riuscì a portarlo a Manchester e a trasformarlo in un calciatore fenomenale, la punta di diamante della nazionale italiana, sino ai gravi infortuni.

Quella stessa rappresentativa azzurra che ha adesso urgente bisogno di rinnovarsi, e per farlo c’è soltanto una strada da percorrere: le squadre italiane devono puntare sui nostri talenti, evitando che essi si ammalino della sindrome di Peter Pan, che fa restare giovani e irresponsabili anche quando non lo si dovrebbe più essere. E, paradossalmente, non c’è modo migliore per iniziare a volare che scrollarsi di dosso questa scomoda etichetta.

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Nato a Genova nel maggio 1992; è un appassionato di calcio, basket NBA e pallavolo (sport che ha praticato per molti anni). Frequenta la facoltà di Scienze Politiche, indirizzo amministrativo e gestionale. Email: alelli@mondosportivo.it