MondoPallone Racconta…Quando il tramonto è appena oltre confine

Gennaro Gattuso ha scelto di chiudere la parabola agonistica all’estero, ma senza percorrere tanti chilometri. Proprio laddove azzurri del passato lo hanno preceduto qualche lustro fa: in Svizzera.

I primi ex azzurri che decisero di spendere gli ultimi spiccioli di una gloriosa carriera in terra elvetica furono Renato Cappellini e José Altafini al Chiasso nel 1976.

Cappellini alla Roma (1969-74)

 

 

 

 

 

 

 

 

Cremonese di Soncino, Cappellini era un centravanti cosiddetto di manovra, non molto prolifico ma utilissimo alla squadra. Ha vissuto il periodo migliore della carriera con la maglia dell’Inter, vincendo lo scudetto nella stagione 1965-66 e giocando da protagonista quella successiva. Con 9 reti all’attivo – suo record in campionato – contribuì al cammino dei nerazzurri in Coppa dei Campioni, giocando pure la sfortunata finale di Lisbona con il Celtic. Proprio nel momento di maggior splendore arrivò l’azzurro: collezionò due presenze nel 1967 prima contro Cipro e poi contro il Portogallo, dove subentrò a Riva infortunato e siglò la sua unica rete internazionale. In seguito tra il 1968 ed il 1976 vestì i colori di Varese, Roma, Fiorentina e Como, unendosi ad Altafini nell’ultima annata della carriera (17 presenze e 2 reti).

Altafini con la maglia della Juventus (1972-76)

Miglior marcatore della Serie A tra i calciatori non nati in Italia con 216 reti, José Altafini vinse il Mondiale svedese con la maglia verdeoro e venne acquistato dal Milan, quando ancora era conosciuto con il suo soprannome Mazola (per la presunta somiglianza con il capitano del Grande Torino Valentino Mazzola). Importante anche la successiva parentesi napoletana, dove compose una grande coppia con l’altro oriundo Sivori. Centravanti di grande tecnica e scarso coraggio – Gianni Brera lo marchiò come “Coniglio Bagnato” essendo poco incline allo scontro fisico – ma capace di piazzare sempre la zampata in area avversaria, venne acquistato ormai 34enne dalla Juventus. Si riciclò in micidiale bomber part-time, risolvendo spesso le gare subentrando nella ripresa. Non ancora stanco, alla veneranda età di 38 anni si concesse un ulteriore quadriennio in Svizzera militando nel Chiasso (1976-79, 33 presenze e 16 reti) prima di chiudere nel Mendrisiostar (1979-80, 28 presenze e 11 reti). In Italia, specie in tempi recenti e presso gli appassionati più giovani, è celebre per le sue colorite telecronache al fianco di Pierluigi Pardo su Sky e nei videogiochi della saga Pro Evolution Soccer.

Nel 1987 fu la volta di due stelle dell’Italia iridata nel 1982, reputati ormai troppo logori dai rispettivi club e così lasciati liberi da impegni contrattuali: Giancarlo Antognoni e Marco Tardelli.

Antognoni: una vita in viola (1972-87)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Impostosi appena diciottenne con la Fiorentina, numero 10 elegante e dotato di un tiro micidiale specie sui calci piazzati, Giancarlo Antognoni è senza dubbio il miglior calciatore viola di sempre. Punto fermo del centrocampo azzurro nella gestione Bearzot, con 73 presenze (7 reti) e due Mondiali disputati. Provvisto di grandi doti caratteriali e personalità, vestì ben presto la fascia di capitano nel club gigliato senza riuscire ad arrivare allo scudetto. Per lui solo una Coppa Italia nel 1975 e, purtroppo, due gravissimi infortuni che ne frenarono la carriera: nel 1981 riportò una frattura delle ossa craniche in uno scontro con il portiere genoano Martina, ma dopo quattro mesi tornò in campo e volò fino al trionfo mondiale dell’11 luglio 1982. Anche quel giorno, la malasorte lo colpì e non giocò la partita della vita, causa un ruvido tackle polacco in semifinale. Invece, nel 1984, si ruppe la gamba destra in un contrasto con il doriano Pellegrini. Rientrato dopo quest’ultimo incidente, faticò a ritornare ad alto livello anche per un crescente ostracismo dello staff tecnico e dirigenziale. Sempre amatissimo fino all’addio dal popolo viola, accettò la proposta del Losanna dove giocò i suoi ultimi due campionati (1987-89, 51 presenze e 7 reti).

L’urlo di Tardelli nella finale mondiale del 1982.

La stessa estate anche Marco Tardelli, autore dell’urlo più famoso del Mondiale 1982, si vide consegnare il benservito dall’Inter dopo due stagioni altalenanti. Tardelli era stato sulla cresta dell’onda per oltre un decennio quale centrocampista a tutto campo, dinamico e concreto, una sicurezza nella Juventus che dominò la scena italiana negli anni ’70. Sulla scia delle brillanti prestazioni in bianconero, dove agli inizi fu anche schierato come terzino, venne portato in Nazionale da Enzo Bearzot che costruì le fortune della squadra azzurra grazie all’ossatura juventina. Nel 1980 realizzò il gol-vittoria contro l’Inghilterra nell’Europeo casalingo e due anni dopo, fu tra i protagonisti del terzo titolo iridato andando a segno contro l’Argentina e poi realizzando il 2-0 nella finalissima contro la Germania Ovest: sempre di sinistro. E poi..quell’urlo. Pazzesco, liberatorio, irrefrenabile. Del quale, in un’intervista rilasciata anni dopo, lo stesso Tardelli dichiarò di vergognarsi un po’. Il declino post-Mundial inghiottì anche lui e nel 1985 passò all’Inter. Da qui al San Gallo, per l’ultima stagione (31 presenze senza reti) di un’avventura ricca di successi.

 

 

In quel massimo campionato svizzero 1987-88, le due leggende azzurre si incrociarono con i rispettivi club.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Negli ultimi giorni, alcune indiscrezioni segnalano un interessamento del Sion di Gattuso anche per un altro illustre ex protagonista del nostro campionato, quell’Alessandro Del Piero che ha appena smesso la casacca juventina dopo un ultimo trionfo tricolore. Rino lo convincerà?

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Cagliaritano, classe '81. Pazzo per Brera, Guerin Sportivo e Panini. Da anni membro di MP: principalmente ed inevitabilmente, per scrivere sulla storia del calcio. Italiano ed internazionale. Email: fornano@mondosportivo.it