La solitudine dei numeri uno

Un fulmine a ciel sereno. Per l’ennesima volta siamo costretti a raccontare una vicenda di cui, a dirla tutta, non avremmo mai voluto proferir parola. E invece anche in questa edizione dei giochi olimpici è scoppiato un caso che farà parlare per molto tempo, un episodio che ci riguarda da molto, molto vicino. Alex Schwazer era il classico ragazzo dal volto pulito, l’uomo immagine della Kinder, che ogni giorno entrava nelle case di tutti gli italiani. Dopo la medaglia d’oro nella 50 km a Pechino 2008 era anche riuscito a diventare famoso nonostante praticasse uno di quegli sport cosiddetti minori, ed era considerato da tutti uno che “ce l’ha fatta ad arrivare”, un modello da imitare e seguire.

Era, perché adesso non lo è più. Positivo all’ultimo controllo antidoping a causa dell’EPO, e lo ha fatto per correre ancora più forte di quanto fosse già in grado di fare, nonostante l’Alex Schwazer che noi tutti conosciamo avrebbe probabilmente vinto a mani basse lo stesso, senza bisogno di aiuti esterni e soprattutto illegali. Giudicare un uomo – a maggior ragione se in difficoltà – non è mai un comportamento nobile, però in questo caso non ci si può davvero esimere dal condannare un gesto che è la nemesi dello sport, barare per vincere una medaglia d’oro alle Olimpiadi. Forse per dimostrare a Sandro Damilano, suo ex allenatore con il quale decise di interrompere ogni collaborazione nel 2010, che non aveva bisogno di lui per vincere. Ma i successi, a maggior ragione se ad alto livello, non si costruiscono mai da soli, e forse Alex lo ha imparato troppo tardi.

Nella peggiore delle ipotesi avrebbe potuto perdere, ma con 4 medaglie – tra Olimpiadi, Mondiali ed Europei – già appese nella sua bella casa in provincia di Bolzano onestamente avrebbe anche potuto passarci oltre, perché Alex Schwazer è in primis un uomo, poi un grande atleta. E gli uomini perdono, prima o poi. Così invece è riuscito in un’altra impresa, ma non gratificante come le altre. E’ riuscito a perdere la fiducia di chi gli stava vicino, a partire dal suo allenatore Michele Didoni, distrutto da ciò che il suo pupillo è stato in grado di combinare, e poi quella della sua famiglia, dei suoi amici e di Carolina Costner, sua fidanzata dal 2008. Ma soprattutto, è riuscito nell’intento di cancellare anche quell’impresa pulita, quella medaglia d’oro che si era conquistato con il sudore e con ore di allenamento al giorno. Quell’allenamento che purtroppo non è stato più in grado di svolgere dopo il successo, dopo aver raggiunto l’apice di una carriera che si prospettava lunga e vincente.

La solitudine non deve avergli fatto bene, a lui e a tanti ex numeri uno che hanno dimostrato un’insolita fragilità, come se una vittoria avesse il potere di cambiare il carattere di una persona. Un carattere forgiato da anni di sudore e sacrifici, pronto però a trasformarsi in un amen grazie all’arrivo di una medaglia. I precedenti sono preoccupanti, a partire dall’indimenticato Marco Pantani, che dall’episodio di Madonna di Campiglio non si è mai più ripreso. Ci ha provato il ciclista romagnolo, è anche tornato in sella – con risultati non molto gratificanti – ma, quando la testa ti abbandona, è finita per davvero. Tutto questo precisando che Pantani non venne mai fermato per doping, ma soltanto per motivi di salute legati all’ematocrito troppo alto di un punto percentuale rispetto al limite consentito. L’effetto però è stato lo stesso, allontanamento dell’atleta dalla competizione e un profondo rammarico per quello che è stato uno dei ciclisti più forti di sempre, la cui storia è terminata però troppo presto in una camera d’albergo di un triste San Valentino.

Tornando al caso Schwazer, ammirevole il gesto di ammettere subito la propria positività, quasi a voler espiare le proprie colpe liberandosi di un peso troppo grande per un bravo ragazzo come lui. Lo stesso gesto che anni fa riuscì a compiere anche Ben Johnson, un altro grande campione sconfitto dal doping, costretto a rinunciare al record del mondo e alla medaglia d’oro nei 100 metri alle Olimpiadi di Seul 1988. Un capro espiatorio in un contesto sul quale tutt’oggi vi sono più ombre che luci, con accuse reciproche tra lui e Carl Lewis, suo acerrimo rivale.

Nella maggior parte dei casi simili a quello di Alex Schwazer è impossibile recuperare l’atleta, come dimostrano anche gli esempi precedenti. Discorso diverso invece per l’uomo, quello sì che è doveroso aiutare in tutti i modi possibili, senza fare accuse con il solo fine di affossare un animo già di per sé travagliato da problemi difficilmente risolvibili in poco tempo. Gli stessi problemi che andrebbero combattuti direttamente nelle scuole, insegnando ai bambini e ai ragazzi che con certe sostanze dopanti non si scherza, perché si può anche morire. Morire non solo fisicamente, ma anche psicologicamente: e non c’è cosa peggiore, per un atleta ma ancor prima per un uomo, di morire nell’animo.

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Nato a Genova nel maggio 1992; è un appassionato di calcio, basket NBA e pallavolo (sport che ha praticato per molti anni). Frequenta la facoltà di Scienze Politiche, indirizzo amministrativo e gestionale. Email: alelli@mondosportivo.it