Una vittoria di Pirr…lo?

Chissà quanto urlarono e festeggiarono, gli Italici, alle porte di Ascoli Satriano (che non è nelle Marche, ma vicino Foggia), quando videro l’invincibile esercito romano ritirarsi, sconfitto per la seconda volta. Era il 279 avanti Cristo, e a guidarli c’era un combattente di nome Pirro, i cui capolavori tattici erano invidiati da tutti i popoli del mondo. Eppure, quel generale leggendario non condivise i trionfalismi. Se ne stette nella sua tenda, a pensare alle perdite e agli errori. A rimuginare su ciò che aveva reso blanda vittoria quello che poteva essere uno sfolgorante trionfo.
Lasciamo stare la storia: si parla pur sempre di 2300 anni fa e, aldilà di divertenti coincidenze onomastiche, i due avvenimenti s’azzeccano l’un l’altro come i carrarmatini del Risiko durante una partita di Subbuteo. E poi quella di domenica, contro un’Inghilterra che oggi non è una grande squadra di pallone, ma è pur sempre un’Inghilterra, non è sicuramente una vittoria di Pirro.
Ma non è nemmeno normale assistere al carosello di pazzia che coinvolge ogni volta mezza nazione, quando gli Azzurri gettano un laccio dello scarpino oltre l’ostacolo.
Il 10 giugno esordimmo con gli spagnoli. Una bella squadra, certamente. Noiosa come una nottata bloccati in ascensore con la nonna di Marzullo, ma comunque una bella squadra. Fu 1-1. Un pari giusto: le banane di Torres a evitare di farlo crollare da un lato, dall’altro la narcolessia di Balotelli a sorreggerne l’architrave. Una ics che fu accolta come un trionfo.
Un pareggio contro la Spagna non è come l’apparizione della Madonna al casello di Melegnano. Abbiamo pur sempre vinto un Mondiale nemmeno 6 anni fa, parbleu! (nda: qualsiasi francese si riconoscesse nel parbleu ha afferrato il concetto)
Poi vennero i croati. A portare alto il loro nome, nel mondo, non è la squadra di calcio, ma un capo d’abbigliamento: la cravatta. Pare che i mercenari slavi del Re Sole vestissero questa strana stringa serragiacca, perché dei bottoni forse non si fidavano abbastanza. I francesi, maestri di bonton, la fecero diventare un must col nome di sciarpa croatta. A far cantare i tifosi a scacchi biancorossi durante Euro 2012 non è stata una sciarpa croatta, ma una scarpa coatta: quella di Mario Mandzukic, 26enne attaccante del Wolfsburg con un curriculum realizzativo tutt’altro che secondario, eppure definito “scarso coi piedi” dai nostri cronisti.
Ti aspetti che i trionfalismi s’incrinino, lasciando il posto a un sereno ottimismo. Invece si parte con la settimana del biscotto. Nessuno pensa al fatto che il biscotto fondamentalmente non serve a niente: gli spagnoli, in ogni caso, ci incontrerebbero al massimo in finale. E si suppone che nessun Machiavellos avrebbe mai concepito un piano che prevede di gettare fra le fauci tedesche, in semifinale, un’eventuale Croazia. Ma ormai i Cookiebusters sono stati allertati e mezzo mondo ne parla. E noi siamo instradati verso un’altra figura da piagnoni di mammà.
Irlanda-Italia, in altri tempi, sarebbe stata da considerare una formalità. Vero è che nel ’90 ci fecero sudare, e che nel ’94 ci fecero a fette. Ma si trattava pur sempre della squadra che ne aveva collezionati tre dai cravattati e quattro dagli spagnoli. Sappiamo com’è andata: noi passiamo il turno soffrendo come Lewis Hamilton ad agosto sulla Salerno-Reggio Calabria. Dall’altra parte gli spagnoli si fabbricano il loro 1-0 in sospetto fuorigioco e poi sono pronti a sfotterci. “No somos rencorosos!”, scrivono, ricordando la gomitata di Tassotti, come se fosse stata quella a farli fuori dal mondiale americano. Ma poi, che vuol dire? Se siete rancorosi mandate Enrique a rompere il naso a Tassotti. Però dategli anche un’accetta, perché se a quel naso tiri una gomitata, il rischio di spezzarti l’omero c’è.
L’Italia passa il turno alla sua maniera. Che poi è una bella maniera perché noi soffriamo con chiunque, ma facciamo soffrire chiunque. Ti aspetti che i Cookiebusters lascino il posto a un sereno ottimismo. Invece si riparte coi trionfalismi. Essere fra le prime otto d’Europa, assieme a Grecia e Portogallo, in fondo, è una botta di vita. So’ soddisfazioni che ti levi una volta ogni tanto.
Siamo pronti a umiliare l’Inghilterra. È una nazionale morta e sepolta. Rooney col ciuffo nuovo sembra Barney dei Flintstones; Hodgson somiglia a Stanlio dopo una settimana passata in cucina con Giuliano Ferrara. È vero che dominiamo, ma è anche vero che quando segnare diventa così problematico uno qualche domanda se la fa. “Segnare” viene dal latino signum, segno. Vuol dire tracciare segni sulla carta. Se hai in mano una matita e vuoi tracciare un segno sulla carta, forse avere una punta aiuta. Chissà che ne pensa Prandelli.
Il resto è storia di oggi. I trionfalismi sono il carburante con cui i giornali vanno avanti, questo è vero, ma se non piacevano a nessun condottiero al mondo un motivo c’è. Tirare un rigore a cucchiaio non è una cosa complicata. Lo fanno anche i ragazzini all’oratorio. È uno dei gesti più facili di tutto il calcio. La bravura del generale è quella di farlo nel momento cruciale, quello in cui serve un gesto che rovesci la sorte.
In questo, Pirlo è stato geniale. Ma non chiamatela vittoria di Pirlo, per favore. Ha corso di più e meglio Balzaretti, liquidato dalla Rai con un pietoso 6. Ha ringhiato di più e meglio il legionario De Rossi, anche se Gentili lo chiama Damiano De Rossi. Ha giocato di più e meglio il povero Montolivo, che però fa bene a non ripresentarsi mai più sul dischetto, visto come calcia.
E Pirro? Pirro si sarebbe chiuso nel ritiro, oggi, e avrebbe ruminato amaro in vista di Varsavia, pensando al fatto di aver faticato da matti ad aver ragione di squadre mediocri come Irlanda e Inghilterra, di aver perso per strada Chiellini, De Rossi, Maggio… Ma quello è concedersi all’eccesso opposto.
Non è una vittoria di Pirlo. E non è una vittoria di Pirro. È l’ovvia vittoria di una squadra che ha toccato il suo punto più basso nel 2010, come prima o poi capita a tutte le squadre vincenti (il Brasile degli anni ’60, la Germania degli anni ’90, la Francia dei primi 2000…). E che oggi non può che tornare a fare il proprio dovere. Che non è battere la zia dell’Inghilterra ai rigori, e nemmeno vantarsi al bar, con gli amici, di aver inchiodato la Roja sul pari.
Il dovere è ambire al titolo. Perché perdere e soffrire è brutto, ma piazzarsi quarti e festeggiare è molto peggio.

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Nato a Milano l'1 giugno 1979, è giornalista da oltre 10 anni. Ha diretto due testate cartacee e pubblicato un romanzo. E questi sono gli hobby. La vita seria la passa leggendo, torturando il pianoforte e dicendo stupidaggini. Email: gallegra@mondosportivo.it