Euro2012, il personaggio: Laurent Blanc

Un personaggio al giorno, dentro o fuori dal campo di gioco, fino al 2 luglio: MondoPallone, durante tutti gli Europei, vi regalerà quotidianamente la biografia compressa di giocatori e non solo. Oggi è il turno di Laurent Blanc, commissario tecnico della Francia.

Forse qualcuno lo ricorderà ancora nel rituale scaramantico che eseguiva nei mondiali casalinghi del 1998, e che è rimasto tra le icone del calcio degli anni Novanta: Laurent Blanc si esibiva in un bacio appassionato alla pelata del suo portierone Fabien Barthez. Non ci è mai giunto un commento di Cecchi Paone in merito, purtroppo — eppure, per qualche misterioso motivo, riusciamo serenamente a sopravvivere.

Sicuramente la Francia di Blanc è stata la più vincente di sempre: più di Platini, Blanc e compagni, sul campo, hanno riscosso successi a tutte le latitudini (Francia ’98, l’abbiamo detto; ma anche la nostra Rotterdram del 2000); non così, per ora, in una panchina che la simpatia di Monsieur Domenech aveva reso ancora più antipatica. Laurent Blanc, invece, ha una faccia più serena, pulita: ha giocato (bene) un po’ dappertutto (in Italia al Napoli e all’Inter), era arrivato alla notorietà da allenatore dopo quattro anni di apprendistato, facendo tripletta (campionato, coppa e supercoppa) nel 2009, alla guida del Bordeaux.

La panchina della Francia la deve a quella stagione, potendo contare su giocatori come Fernando Menegazzo (fallimento al Catania, da Champions in Francia), Diarra, Cavenaghi, e un Gourcuff ai suoi massimi; oltre ai vari Chamakh, Gouffran, Diawara, Saivet. Parte ancora meglio l’anno dopo, con una squadra rinforzata da Carrasso, Ciani e Plašil: lanciatissimi in fuga a gennaio (e un Blanc lanciatissimo nella sua nuova carriera), i girondini arrivano appannati a marzo, con la lingua fuori a maggio: 13 punti in 15 partite negli ultimi tre mesi, un disastro condito da 7 sconfitte, ma ormai Blanc è già in parola con la federazione. Rescissione consensuale col Bordeaux a fine campionato, ed è nazionale.

E dire che le discussioni non sono mancate: in risposta a una dichiarazione improvvida di Blanc («Dobbiamo smettere di prendere sempre neri, grandi, grossi e potenti»), è rimasto celebre l’attacco di Lilian Thuram, riguardante il limite ai giocatori dal doppio passaporti (essenzialmente magrebini e altri africani) nelle nazionali giovanili. Si dice anche che sia Blanc che Eric Mombaerts (il CT dell’Under21) fossero pronti a dimettersi, solo un anno fa. Curioso guardare come la vicenda abbia spaccato uno spogliatoio granitico come era stato quello francese del 1998: da una parte Thuram, Vieira e Lama, pronti al crucifige; dall’altra Lizarazu e Dugarry, più indulgenti; con il solo Petit a cercare di fare da paciere. Nel mezzo ben due terzi incomodi: Deschamps e Boghossian, in caso di dimissioni, erano i nomi principali per la panchina dei Blues. Tanto rumore per nulla.

Blanc ha quindi ancora in mano una nazionale di assoluto talento (Ménez, Nasri: solo per dire due che ieri sono subentrati), ma forse senza la “fame” di quella in cui ha giocato (di Zidane si potrà anche dire che è un attaccante da codice penale, ma la forza con cui si è cercato ogni vittoria non si può negare), e lo spirito di gruppo: non c’è un gioco corale, non c’è una vera idea di squadra. Tutto quel talento non è stato in grado di impensierire una Furia Roja che sembra la copia sbiadita di quella degli ultimi quattro anni: due a zero contro un calcio fatto di possesso-palla e poche invenzioni. Una Francia che potrebbe anche fare del calcio-champagne, ma che capitola nettamente di fronte ad un banale calcio-sangría.

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Cofondatore e vicedirettore, editorialista, nozionista, italianista, esperantista, europeista, relativista, intimista, illuminista, neolaburista, antirazzista, salutista — e, se volete, allungate voi la lista. Email: plborgia@mondosportivo.it